22 dic 2012

E SE IL MATTEO DI CARAVAGGIO NON FOSSE LUI? (di Marco Vallora da LaStampa.it)

Un saggio mette in dubbio che nella Vocazione il santo sia davvero quello che finora si è creduto. Ecco perché.

Un attimo, lettore! Possiamo convenire con te che, tra deliro-attribuzioni, lunari e pataccate; finte-copie tardive, spacciate però, mercantilmente, per autentiche; vispe agnizioni settimanali, per cui ogni stagione si regala il suo nuovo, immaginario pseudo-Caravaggio, parto-isterico di prezzolati, che sognano la facile tribuna della notorietà; al solo nome di Caravaggio, è legittimo tu voglia voltar pagina e fuggir via. Ma questa è una proposta diversa e più intrigante, perché per certi versi funziona proprio per mettere in discussione le nostre «idee ricevute» e capire che la storia dell’arte è un percorso in perenne cammino e non c’è bisogno di frugare gli abbaini dei ferrivecchi, per tornare a ragionare saggiamente d’interpretazione critica e scoprire qualcosa di «nuovo». Magari entro le viscere di un capolavoro iper-conosciuto, iper-analizzato, iper-visitato, come la Vocazione di san Matteo, nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, a Roma. Attenzione: non che si voglia disattribuire, questa volta, il grande telero a Caravaggio (che sarebbe una bella bufala!) o cambiare le date in tavola (ché per fortuna son noti ormai i documenti giusti della commessa, confutando tante illazioni critiche) ma provandosi a «disattribuire» un personaggio, Matteo, quello che tutti, avvicinandosi al buio della Cappella Contarelli, son convogliati a ritenere (per diceria secolare, da Bellori a Baglioni a Sandrart) esser lui, quello più in vista: affascinante, ben abbigliato, in primo piano cinematografico (avrebbe scherzato Longhi) tutto agghindato dalle truccatrici, per accogliere il bacio salvifico della luce di Dio. E se invece (e non per capriccio, ma per fonde meditazioni critiche ed iconologiche e liturgiche ecc. ecc.) si provasse a scivolarlo, quale pedina, sulla scacchiera ormai decotta dell’acquiescenzia critica? Secondo una formula dubitativa che suggerisce: «E se Matteo fosse quell’altro?»........CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO DI MARCO VALLORA SU LASTAMPA.IT

4 commenti:

  1. Andrea Dusio22/12/12, 20:35

    L'amico Marco Vallora pur avendolo recensito forse ha letto distrattamente Caravaggio White Album, in cui (era il 2009) spiegavo, nel capitolo titolato "Qual è Matteo" esattamente la teoria su cui si sofferma diffusamente (e con intelligenza) Cecchetti.

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  2. Più semplicemente, invece di ipotizzare, basterebbe andare a curiosare tra le sacre scritture, come ho appena fatto...per sapere che Matteo nacque alla fine del I sec. a.C. e morì intorno alla metà del I sec. d.C.; dopo aver ricevuto la "chiamata", Matteo rimase accanto a Cristo per tre anni (fino alla morte di Cristo)...ne consegue che, se è morto mettiamo a sessant'anni (morì "anziano", secondo le fonti), al momento della vocazione doveva avere circa 40 anni. Caravaggio si documentava a fondo, raccontava la verità storica e infatti l'età mostrata dal "suo Matteo" è giusta, coincide con un personaggio di 40 anni, che poi nelle altre 2 tele della Cappella Contarelli è più anziano, mostra circa 20 anni di più. Tra l'altro, per esercitare il mestiere di gabelliere, il giovane a capotavola de La Vocazione appare un po' troppo giovane e non così benestante, come invece era l'ebreo Levi prima di divenire l'apostolo e primo evangelista Matteo.

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  3. Andrea Dusio24/12/12, 07:18

    Nicoletta, la sua puntualizzazione è certamente interessante, e difatti il personaggio individuato nel saggio di Cecchetti è incompatibile con il Matteo degli altri due dipinti della Contarelli. Tuttavia tenga in considerazione un aspetto (e la rimando se ha voglia a un approfondimento su Caravaggio White Album): la Contarelli si trova nella chiesa della Nazione Francese, e pochi anni dopo la realizzazione di Caravaggio il committente venne accusato di eresia per adesione al protestantesimo. Veda anche un confronto poco studiato per pigrizia dagli storici dell'arte, quello con la Vocazione di Matteo di Cristoforo Roncalli a Palazzo Caetani. Caravaggio intenzionalmente vuole suscitare nello spettatore la domanda se la chiamata riguarda proprio lui: il tema della vocazione era uno dei più dibattuti in quel momento storico. Al contrario dei cattolici, che si salvano grazie alle opere, i protestanti sanno di appartenere al numero dei salvati perché hanno ricevuto una chiamata individuale, e quest'atto di fede è più importante anche dell'esercizio del bene ai fini della salvazione (pecca fortiter sed crede fortius)

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  4. E' probabile che Matteo sia il ragazzo all'estrema sinistra del quadro. Perché così aumenterebbe il gioco di specchi, la ricorsività dell'opera. Caravaggio prende spunto dalla Creazione d'Adamo di Michelangelo. Gesù riprende il gesto della mano, imitato da Pietro, imitato dal signore con la barba, che infine indica il futuro Apostolo. La ricorsività, il gioco di specchi è il sigillo del genio. Cfr. ebook (amazon) di Ravecca Massimo. Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo.

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