22 gen 2015

Francesco “testimonial” del Caravaggio: lui sa chi è il vero Matteo

 

Durante il suo viaggio nelle Filippine, oltre a consigliare per l’ennesima volta la lettura del suo romanzo preferito, “Il padrone del mondo” di Robert Hugh Benson, papa Francesco è anche tornato a raccomandare la visione del capolavoro di pittura che ama di più: la “Vocazione di Matteo” del Caravaggio, che si trova a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi.
Di questo quadro famosissimo Francesco dà un’interpretazione che non è quella corrente, ma che corrisponde perfettamente al suo sentire.
Per lui Matteo non è, come tanti credono, quel signore con la barba al centro del quadro, che con la mano sembrerebbe indicare se stesso. Ma è quel giovane che sta a capo chino sui soldi, all’estremità del tavolo. E il dito indice del signore al centro del quadro è in realtà puntato proprio su di lui.
Tra i critici questa interpretazione è minoritaria, ma da quando, nel 2012, la storica dell’arte Sara Magister l’ha rilanciata su TV 2000, sta guadagnando sempre più credito ...



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3 commenti:

  1. Dalle sacre scritture però si evince che Matteo nacque alla fine del I sec. a.C. e morì intorno alla metà del I sec. d.C.; dopo aver ricevuto la "chiamata", Matteo rimase accanto a Cristo per tre anni (fino alla morte di Cristo)...ne consegue che, se è morto mettiamo a sessant'anni (poiché morì "anziano", secondo le fonti), al momento della vocazione doveva avere circa 40 anni. Caravaggio si documentava a fondo, raccontava la verità storica e infatti l'età mostrata dal "suo Matteo" è giusta, coincide con un personaggio di almeno 40 anni, che poi nelle altre 2 tele della Cappella Contarelli è diventato più anziano, mostra circa 20 anni di più. Tra l'altro, per esercitare il mestiere di gabelliere, il giovane a capotavola de La Vocazione appare un po' troppo giovane e non così benestante, come invece era l'ebreo Levi prima di divenire l'apostolo e primo evangelista Matteo...

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  2. MITI E REALTÀ NEL MATTEO DI CARAVAGGIO
    di Pietro Caiazza

    Mi sembra piuttosto preoccupante la tenacia con la quale Sandro Magister, su L’Espresso del 20 gennaio 2015, si sforza di sostenere e di rilanciare la tesi della figlia Sara circa la identificazione del Matteo nella Vocazione del Caravaggio in San Luigi de’ Francesi a Roma col giovane chino sul tavolo a contare i soldi.
    Innanzitutto, occorrerebbe precisare che la tesi non è di Sara Magister, e non è nuova del 2012: essa risale al 1985, anno in cui A. Prater, con un articolo in «Pantheon» XLIII (1985), pp. 70-74, (che a sua volta riprendeva una nota di A. De Marco in «Iris» I/1982, pp. 5-7), lanciò l’ipotesi che l’uomo barbuto al centro del tavolo non indicasse con la mano sinistra sé stesso, bensì il giovane alla sua destra sul lato corto del tavolo.
    La tesi già allora era manifestamente senza fondamento, ed il dibattito successivo (raccolto poi nel volumetto Caravaggio. Dov’è Matteo? (…), Milano 2012) non ha potuto che confermare l’astrusità della tesi, vòlta ad avanzare una lettura che fa a pugni da una parte con la realtà del dipinto, e dall’altra – in modo ancora più grave – con l’esegesi dei Vangeli, con la traccia iconografica precisata dal card. Contarelli, con la dottrina della Grazia, ed infine con il pensiero religioso del Caravaggio, che è sostanzialmente inconciliabile con tale lettura.
    Avevo già provato a segnalare brevemente l’assurdità di quella tesi in un mio breve intervento su Caravaggio400 del 18 giugno 2013 (con relativo corredo iconografico), e mi riprometto di ritornare sul problema in modo più ampio ed organico in distinta sede: per ora mi limito a ribadire qui una sola osservazione – non fatta da altri – e cioè che il dito indice ed il dorso della mano sinistra dell’uomo barbuto sono in ombra rispetto alla luce che viene proprio dalla sua sinistra, e precisamente questo non consente di ipotizzare che il dito sia puntato a 45° verso il giovane chino sui soldi (perché in tal caso il dorso ed il dito della mano dovrebbero essere in piena luce: e Caravaggio non era uomo da commettere di tali errori così evidenti). Il dito dell’uomo barbuto è dunque “angolato” verso il suo stesso petto e non già verso il giovane ricurvo sui soldi: e pertanto, l’uomo barbuto indica sé stesso, ed è egli dunque Matteo. C’è peraltro, nel dipinto, un altro particolare evidentissimo dal quale si comprende che Matteo deve essere l’uomo barbuto, come ho rilevato nel mio contributo in Caravaggio vero, Bologna 2014, a cui per ora rimando.
    [continua]

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  3. [segue]
    Vorrei tuttavia segnalare qui come l’aspetto più grave di questo tentativo di lettura dei Magister consista – a mio modo di vedere – nello sforzo di enfatizzare due affermazioni di papa Bergoglio (una nell’intervista alla «Civiltà Cattolica» poco dopo la sua elezione, l’altra a Manila il 18 gennaio scorso) per invocare, pro domo sua, una supposta competenza/autorevolezza del pontefice come elemento di un qualche peso all’interno del dibattito scientifico. Papà Magister scrive infatti, riferendosi alla tesi sostenuta dalla figlia Sara, che «con un formidabile “testimonial” come papa Francesco, diventerà presto questa l’interpretazione vincente»: beh, anche Urbano VIII fu “testimonial”, nel 1633 del sistema tolemaico e della condanna di Galilei, e si sa poi come la faccenda è andata a finire...
    In realtà, da una parte qui il papa semplicemente sbaglia – e questo lo si può ben dire, dato che egli non parla ex cathedra e soprattutto non è mai stato uno studioso d’arte e (per dirla “papale-papale”) non ha capito il dipinto del Caravaggio – mentre dall’altra parte sbagliano (ancora più gravemente, a mio parere) i due Magister nel voler attribuire alla ripetuta affermazione (contestabilissima) di papa Bergoglio una autorevolezza che non ha nello sforzo di presentare come più credibile il loro punto di vista: Bergoglio non ha nessuna competenza in materia, e pertanto ha espresso da osservatore comune una sua soggettiva lettura del dipinto, che però è erronea non solo sotto il profilo storico-iconografico, ma soprattutto sotto il profilo teologico-dottrinario (e questo, per un papa, è molto più grave). Sarebbe anche bene, perciò, che qualcuno facesse capire a papa Bergoglio i rischi insiti in alcune sue esternazioni poco prudenti (e che vanno, peraltro, ben al di là della lettura di un dipinto, rischiando di trasformare l’agostiniano «Roma locuta est» in un fatale «Roma decepta est»): ma questo è un altro discorso.

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