8 apr 2016

"Mostr(u)osamente Caravaggio: le ‘ragioni’ di un one-painting show", di Michele Cuppone


Recentemente è stato dato alle stampe, per l’editore Talos, Un patrimonio da riconquistare. Il patrimonio culturale tra riforme, lavoro, difficoltà e traffici commerciali di Federico Giannini, fresco volume che coglie e analizza attentamente le troppe criticità che caratterizzano la gestione del patrimonio culturale nazionale. L’uscita è stata accompagnata da un altrettanto apprezzabile articolo del medesimo autore sui cosiddetti one-painting show (http://www.finestresullarte.info/483n_one-painting-show-che-distruggono-la-storia-dell-arte.php#cookie-ok), esposizioni di una sola opera che ripagano il minor impegno organizzativo, e intellettuale anche da parte del pubblico, con “impagabili emozioni” e numeri da record. La denuncia di Giannini, pur densa di sagge considerazioni e affrontata più estesamente nel capitolo Mostre mostruose del suo volume, stimola ulteriori considerazioni perché non si vada a generalizzare un po’ troppo sul tema, ed è su queste che vorremmo soffermarci. 
Gli one-painting show, il cui usuale fattore di gratuità è di per sé meritorio, non si configurano tutti e indistintamente come una “piaga”. Talvolta possono avere un senso e anche piuttosto rilevante, quando legati: a un restauro (es. Adorazione dei pastori a Montecitorio); a una restituzione alla collettività (come avvenuto sia pur parzialmente per la Tavola Doria, ospitata in Quirinale); alla diffusione più ampia di un dibattito attributivo (idem); a una particolare ricorrenza purché non di carattere politico-istituzionale (il San Giovanni Battista a Porto Ercole nel quarto centenario della morte di Merisi). O a più intenti, degni tutti di lode: è il caso della mancata esposizione delle Sette opere di misericordia al Quirinale che avrebbe consentito, tra l’altro, nuove indagini tecniche d’avanguardia sulla tela e la realizzazione di azioni filantropiche (per completezza, rispetto a quanto arguito da detrattori del progetto, va precisato pure che nel 1613 il Pio Monte dichiarò il dipinto inalienabile, dunque da non potersi vendere, e inamovibile per trarne copie private, ma non certo se ne vietava il prestito per articolate iniziative di valorizzazione e ricerca che mai si sarebbero potute immaginare a quel tempo). 
Tali mostre, peraltro, sono più unanimemente ammissibili quando non hanno serie ripercussioni negative nel percorso di visita del museo prestatore (o luogo sacro, o qualsivoglia ente esso sia), vale a dire quando oggetto del prestito non è una di quelle opere essenziali per la collezione di appartenenza tanto da essere ritenute inamovibili, o se la sede d’origine è temporaneamente chiusa al pubblico. 
Comunque la riflessione di Giannini tralascia un aspetto cruciale: una mostra di una sola opera può avere una sua legittimità quando ha valenza di scientificità, ovvero se permette un miglioramento generale della conoscenza e magari presenta nuove acquisizioni. E l’esempio, o per meglio dire il controesempio più calzante in tal senso, è costituito proprio dalla citata esposizione della Flagellazione di Capodimonte presso la Reggia di Monza (16 marzo-17 aprile), come possiamo affermare dopo averne verificato con mano i ‘contenuti’.
Anzitutto, essa non sembra essere stata ideata con nobili intenti scientifici ...

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