22 nov 2016

"Novità caravaggesche: per la Giuditta romana e per quella di Tolosa", di Federico Diamanti Giannini


Un documento del 1602, riferito a un dipinto di Caravaggio (Milano, 1571 - Porto Ercole, 1610), ci informa del fatto che il grande pittore lombardo aveva ricevuto "dal Ill.re sr. Ottavio Costa a bon conto d’un quadro ch’io gli dipingo venti schudi di moneta questo dì 21 maggio 1602". Non si è mai saputo con sicurezza quale fosse però il “quadro” citato nella nota, ma dal momento che un inventario del 1639 dei beni del banchiere genovese Ottavio Costa elenca, tra gli altri, un dipinto di Caravaggio raffigurante un san Giovanni Battista nel deserto, si pensava che oggetto del contratto fosse l’opera oggi conservata presso il Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City (appunto, il San Giovanni Battista). Contro questa ipotesi è arrivato però uno studio recente, proposto dal caravaggista Michele Cuppone, che trova riscontri in paralleli studi di Gianni Papi e Rossella Vodret e che ha già ricevuto il consenso di Nicola Spinosa e di Clovis Whitfield, e che è stato presentato nel corso di un convegno su Caravaggio (Caravaggio e i suoi) tenutosi il mese scorso a Monte Santa Maria Tiberina (gli atti saranno pubblicati l’anno prossimo). Secondo lo studio di Cuppone, il dipinto a cui si riferisce il documento sarebbe in realtà la Giuditta della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma.
Come si è arrivati a tale conclusione? Un precedente studio dello stesso Cuppone aveva anticipato la datazione della celebre Natività di Caravaggio un tempo conservata presso l’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, quindi trafugata e oggi considerata perduta. Non più un quadro del 1609, come si credeva: troppe le differenze stilistiche rispetto ai dipinti del periodo siciliano per pensare che anche la Natività fosse stata dipinta negli ultimi anni della carriera di Michelangelo Merisi. Viceversa, lo studioso ha riscontrato analogie con i dipinti dei primi del Seicento, per esempio quelli realizzati per la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a Roma. Un paio di esempi, come la posa di san Lorenzo che somiglia a quello del giovane a capotavola nella Vocazione di san Matteo e quella del san Giuseppe che è identica a quella del soldato che compare nella volta della cappella, affrescata dal Cavalier d’Arpino, sembrano avallare l’ipotesi. Queste somiglianze, punto di partenza cui si sono aggiunte prove di carattere stilistico, diagnostico e soprattutto documentario, hanno indotto Cuppone a retrodatare la Natività di Palermo al 1600, ovvero al periodo in cui furono realizzati i dipinti per la Cappella Contarelli, che risalgono al 1599-1602.
Bene: se si osservano i volti della Vergine della Natività palermitana e della Giuditta di Palazzo Barberini, si può facilmente notare come la modella che ha posato per i dipinti sia la stessa. Tutti i connotati corrispondono: le spigolosità del naso, il taglio degli occhi, la forma della fronte. Addirittura la pettinatura è del tutto identica. Il punto, tuttavia, è che l’uso della luce, nella Giuditta romana, appare molto più sapiente rispetto a quello della Natività. I passaggi sono più graduali, la luce modella meglio le forme dei personaggi, gli effetti luministici che si intravedono su certi dettagli appaiono più studiati. Non bisogna poi dimenticare che la grande drammaticità della Giuditta non ha eguali nei dipinti che Caravaggio realizzò tra il 1599 (anno a cui la Giuditta veniva in precedenza riferita) e il 1602, anno in cui l’artista termina il ciclo della Cappella Contarelli dipingendo il San Matteo e l’angelo. Spostando quindi la datazione della Giuditta più avanti nel tempo, sembra ragionevole ipotizzare che il Giovanni Battista di Kansas City, dipinto più maturo, databile al 1604 circa (si pensava, sulla base del documento che attesta la ricezione di un acconto per il dipinto destinato a Ottavio Costa, che Michelangelo Merisi avesse terminato l’opera in un momento successivo) non sia il “quadro” a cui si riferisce il documento, nel quale invece si parlerebbe della Giuditta, anch’essa anticamente in collezione Costa.
Sono particolari che apparentemente potrebbero sembrare dettagli di questioni accademiche, materia per studiosi che difficilmente potrebbe trovare spazio in un blog dedito alla divulgazione. E ovviamente si tratta di ipotesi che dovranno essere sottoposte al vaglio della comunità scientifica. Ma in realtà c’è da sottolineare come i nuovi studi servano per ristabilire una corretta cronologia della produzione caravaggesca, con tutto ciò che ne consegue (apertura di nuovi punti di vista su dipinti già studiati, inquadramento più coerente delle varie fasi della carriera di Caravaggio e, ovviamente, della sua arte, informazioni più precise in vista dell’organizzazione di nuove mostre, e così via). E poi, le osservazioni di Michele Cuppone si legano a un fatto di stringente attualità, ovvero il dibattito sull’attribuzione della Giuditta recentemente ritrovata a Tolosa e che taluni vorrebbero ascrivere alla mano di Caravaggio. Nello studio di Cuppone si legge come la datazione più tarda della Giuditta dipinta per Ottavio Costa possa spiegare meglio il rapporto con la perduta Giuditta che Caravaggio dipinse a Napoli e la cui iconografia non è nota se non grazie a un paio di dipinti che la critica ha identificato per lo più come copie dell’originale caravaggesco: uno, di proprietà di Intesa-San Paolo, è conservato a Napoli, a Palazzo Zevallos, e l’altro è il dipinto di Tolosa di cui si diceva [...]

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