25 gen 2017

"Monteverdi e Caravaggio", prossimamente in mostra a Cremona il "Suonatore di liuto" di collezione privata

Prossimamente in mostra a Cremona il Suonatore di liuto attribuito a Caravaggio, unica versione esistente che rispecchia la citazione del biografo Giovanni Baglione


Lo stile compositivo di Monteverdi e l’apporto di novità che egli introduce è, almeno in parte, esito di una parallela evoluzione degli strumenti. La mostra Monteverdi e Caravaggio, sonar stromenti e figurar la musica, al Museo del Violino di Cremona, dall’8 aprile al 23 luglio 2017, ricostruirà l’orchestra dell’Orfeo attraverso strumenti originali dell’epoca di Monteverdi, selezionati seguendo le indicazioni annotate nelle prime edizioni a stampa dell’opera, eseguita la prima volta esattamente 410 anni fa. 
La partitura prevede infatti un organico ben definito: “duoi gravicembali, duoi contrabassi de viola, dieci viole da brazzo, un’arpa doppia, duoi violini piccoli alla francese, duoi chitaroni, duoi organi di legno, tre bassi da gamba, quattro tromboni, un regale, duoi cornetti, un flautino alla vigesima seconda, un clarino con tre trombe sordine”
L’elenco non solo testimonia le consuetudini musicali dell’epoca ma anticipa le tendenze del barocco in Italia, con l’affermazione delle viole da braccio su quelle da gamba. 
Gli strumenti in mostra sono stati scelti secondi criteri di valore filologico ed estetico e provengono dalle maggiori collezioni italiane e internazionali. Particolare attenzione è stata posta nella ricerca di esemplari conservati o riportati, grazie al restauro, in condizioni originali, senza gli interventi che, nei secoli successivi, si sono rivelati necessari per affrontare i repertori sette e ottocenteschi. Laddove questo non sia stato possibile, a fianco dello strumento ammodernato, sarà presentata una copia nella configurazione tardo rinascimentale. 
L’esposizione - a cura di Fausto Cacciatori, Renato Meucci, Virginia Villa e Clovis Whitfield - troverà posto all’interno del percorso museale, onde sottolineare le affinità che già tra XVI e XVII secolo legano liuteria e musica. Si potrà anche ripercorrere la nascita del violino grazie alla famiglia cremonese Amati e rileggere il contributo delle scuola bresciana, testimoniata dall’opera di Gasparo da Salò e Giovanni Paolo Maggini, e veneziana. 
L’Orfeo di Monteverdi, ha un lieto fine: il suo eroe diventa simbolo dell’amore che supera la morte. Il ruolo apollineo e salvifico della musica ispira diverse rappresentazioni pittoriche. Tra le più famose è certamente Il Suonatore di Liuto di Caravaggio. Sarà esposta la tela originale, proveniente dalla Galleria Whitfield di Londra, mentre applicazioni multimediali permetteranno interessanti confronti con le altre versioni del quadro, dall’analisi della tecnica interpretativa in funzione delle diverse disposizioni delle corde e delle dita all’esecuzione degli spartiti ritratti nei diversi dipinti
Durante il periodo della mostra, in collaborazione con le altre istituzioni cittadine, verranno organizzate conferenze e incontri su temi di carattere organologico, di prassi esecutiva ai tempi di Monteverdi.

Fonte: comunicato stampa (sito web del Museo del Violino)

17 gen 2017

"Fra Cranach e Caravaggio, il motivo di Giuditta fra la Riforma e la Controriforma", conferenza di Donatella Chiancone-Schneider a Firenze il 20 gennaio

La conferenza si terrà venerdì 20 gennaio 2017 alle ore 20:15 presso il Deutsches Institut di Firenze


Con la Riforma luterana il motivo di Giuditta e Oloferne ha un’esplosiva fioritura nelle arti visive che si protrae con lo stesso slancio durante la Controriforma. Peraltro la rappresentazione dei due personaggi biblici si differenzia notevolmente fra i paesi cattolici e protestanti e la sua interpretazione cambia altresì nel corso nelle generazioni. La presentazione di Donatella Chiancone-Schneider, venerdì 20 gennaio 2017 alle ore 20:15 presso il Deutsches Institut di Firenze, illustra lo sviluppo della caratterizzazione di Giuditta e dei simboli a lei connessi grazie a capolavori fra l’altro di Cranach il Vecchio, ritrattista ufficiale di Martin Lutero, e di Caravaggio, controversa figura di punta della Controriforma (fonte: Deutschesinstitut.it)

Donatella Chiancone-Schneider, nel corso di una recente intervista alla trasmissione Radio Colonia, si era espressa sull'autografia della Giuditta e Oloferne rinvenuta a Tolosa, suggerendo che possa trattarsi di un’opera fortemente influenzata da Caravaggio ma di mano della giovane Artemisia Gentileschi, autoritrattasi nelle fattezze di Giuditta.


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"La Giuditta nell'ambito del caravaggismo", di Clovis Whitfield

Dalla riflessione sulla Giuditta Lemme e sulla ritrattistica di Leoni, un'analisi ragionata sul possibile autore del dipinto, e un'ipotesi di identificazione di un ritratto del cardinal Del Monte


La notevole tela raffigurante Giuditta con la testa di Oloferne, in collezione Lemme, è stata esposta altre volte in mostre dedicate ad Artemisia Gentileschi, ma non sembra appartenere a quella fase della pittura del Seicento, e neanche a qualsiasi altra fase della attività della pittrice. Vittorio Sgarbi ha suggerito che possa essere addirittura opera di mano di Caravaggio, e infatti l’elemento di illuminazione di piena luce solare ci può rimandare in qualche modo alla stanza di Palazzo Petrignani ove Caravaggio poté dipingere opere quali le Buone venture e i Ragazzi morsi dal ramarro
Tuttavia, il carattere scombinato della rappresentazione non coincide con l’abilità di Caravaggio nell’assemblare diversi frammenti del suo mosaico ottico, ma l’interesse che però il dipinto palesa per la somiglianza delle fattezze, nonché per certi accessori di costume, forse ci possono indirizzare verso il nome talentuoso di Ottavio Leoni. Noi consideriamo costui quasi solamente come un grande disegnatore, cosa che del resto risulta dal fatto che i disegni suoi hanno avuto molta circolazione anche in tempi moderni, ed invece all’epoca costituivano solo una risorsa complementare alla sua professione di ritrattista, una specie di archivio che gli permetteva di rispondere a richieste di ulteriori edizioni del ritratto dipinto. All’inizio della carriera fu indubbiamente in contatto con Caravaggio, a dispetto del fatto che questi negava di averlo frequentato, ammettendo solo di conoscerlo durante la famosa causa per il libello anti Baglione
Qualche dipinto è venuto a galla in questi ultimi anni, come ad esempio il piccolo rame, firmato, a Detroit di Susanna e i vecchioni, e anche una Processione con un cardinale. Questa Processione, recentemente donata al Metropolitan Museum, è un affascinante rame (39.4 X 37,5 cm, Gift of Damon Mezzacappa, 2012; 543) che ci consente di sostenere un' altra attribuzione ad Ottavio Leoni pittore. Non se ne hanno notizie precise nella letteratura artistica, tuttavia si può suggerire che le fattezze del Cardinale non sono dissimili da quelle del Cardinal del Monte, come appare ne disegno, realizzato dall’artista nel 1616, ora al Ringling Museum, di Sarasota [...]

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"Caravaggio 2017. La biografia seicentesca di Giovan Pietro Bellori", conferenza di Sante Guido a La Valletta


Conferenza del prof. Sante Guido.
Interverrà il prof. Denis De Lucca, Direttore dell’International Institute for Baroque Studies. 
Evento realizzato con il patrocinio della University of Malta - International Institute for Baroque Studies. 
Giovan Pietro Bellori (Roma 1613-1696) fu uno dei più importanti teorici della storia dell'arte e con la sua celeberrima relazione “L'Idea del Bello” del 1664, tenuta presso l'Accademia di San Luca a Roma, cambiò il gusto in Europa; fu inoltre il biografo degli artisti del Barocco Italiano al punto da essere considerato come l'equivalente di epoca barocca di Giorgio Vasari
Il grande storico dell'arte Julius von Schlosser, nel 1924 nella sua fondamentale La letteratura artistica manuale delle fonti della storia dell'arte moderna scriveva: “Il più importante storiografo dell’arte non solo di Roma, ma di tutta l’Italia, anzi dell’Europa, nel Seicento è l’erudito Giovan Pietro Bellori, il cui valore e il cui influsso oltrepassano di molto i limiti dello stretto campo a cui appartiene” sebbene nel 1950, Roberto Longhi criticò aspramente Bellori perché non capì i valori rivoluzionari dei grandi artisti del Seicento come Vélazquez, Bernini, Rubens, Cortona e Borromini
La biografia di Caravaggio del Bellori resta il testo fondamentale per capire la vita del grande pittore "maledetto". Sante Guido, leggendo e commentando le pagine del Bellori, e contemporaneamente illustrando le opere del Caravaggio, ricostruisce il clima artistico e culturale in cui sono maturati alcuni tra i più grandi capolavori della storia dell’arte mondiale. 
Ingresso libero

Fonte: Istituto Italiano di Cultura La Valletta

13 gen 2017

Il Maestro di Hartford? Ma era Prospero Orsi! Risolto il dilemma della mostra alla Galleria Borghese? Un articolo di Clovis Whitfield



I dipinti del cosiddetto “Maestro di Hartford" sono al centro della mostra ora a Villa Borghese. 
Sono passati quasi 75 anni da quando il quadro che ha dato il nome a questo pittore è arrivato al Wadsworth Atheneum di Hartford, e se il catalogo della mostra romana privilegia ancora i saggi di Longhi, Argan e Spezzaferro (che non sono riusciti a risolvere i problemi che le sue opere presentano) è la dimostrazione che non molto progresso è stato fatto nel riconoscerne il ruolo nell’ambito del caravaggismo. Vero è che almeno non dobbiamo più seguire lo Zeri nel vedervi opere precoci dello stesso Caravaggio e tuttavia il pubblico forse avrebbe potuto essere illuminato dal suggerimento, fatto più volte nel passato, che quello opere siano parte dell’attività del suo intimo amico, Prospero Orsi. La mostra però si appalesa del tutto contraria a questa interpretazione, quasi che si debba a tutti i costi proteggere Caravaggio da qualsiasi deviazione dai miti che lo circondano, come se questa realtà gli potesse nuocere. Eppure qualcosa si può imparare anche dalle altre opere dell’Orsi, come pure dalle copie che egli ha fornito, ancora vivente Caravaggio, considerando quindi che i suoi dipinti non sono solamente quelli attribuiti al Maestro di Hartford. L’imitazione ossessiva di particolari naturalistici da parte di Caravaggio non era comunque una derivazione stilistica, ma una espressione intrinseca del modo in cui era capace di vedere e dipingere, e conviene di più cercare di evidenziare come questa oggettività si sviluppi in altri temi, oltre al genere della natura morta. 
Orsi è uno dei pochi nomi costantemente associato a Caravaggio (ed anche il catalogo ci dice che Caravaggio lo “frequentò assiduamente nei suoi primi anni romani”) sia durante il soggiorno a Roma, quanto dopo. E’ presente con il pittore in molti dei casi giudiziari che lo riguardarono, e sappiamo che preparò versioni di composizioni già famose per diversi clienti, anche trattando opere che erano palesemente originali [...]

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12 gen 2017

"Iconografia di San Matteo e Caravaggio: una rivoluzione fatta coi piedi", con Anna Maria Panzera il 13 gennaio al Teatro Vittoria


Anna Maria Panzera ripercorre l'evoluzione dell'iconografia di san Matteo, rintracciando a Roma e nel nord Italia i precedenti del famoso ciclo di Michelangelo Merisi nella chiesa di San Luigi dei Francesi.
Venerdì 13 gennaio alle 17 presso il Teatro Vittoria di Roma, in piazza Santa Maria Liberatrice 10.

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02 gen 2017

Sgarbi lancia una nuova attribuzione per Caravaggio: è la "Giuditta con la testa di Oloferne" Lemme, ora in mostra a Palazzo Braschi

Vittorio Sgarbi intervistato dopo aver lanciato sul numero di "Sette" del 30 dicembre 2016 una nuova attribuzione per Caravaggio


L'attribuzione a Caravaggio lanciata in un articolo su Sette, il settimanale culturale del Corriere della Sera, della Giuditta con la testa di Oloferne, un dipinto molto conosciuto ed esposto nella mostra in corso a Palazzo Braschi, Artemisia Gentileschi e il suo tempo, con una tradizionale, ancorché non accolta generalmente, attribuzione appunto ad Artemisia Gentileschi, sta già scatenando, da parte del mondo degli addetti ai lavori, una serie di reazioni quasi tutte in disaccordo con l'idea del noto critico, che però qui sembra in parte ridimensionare le sue affermazioni. 
C'è però anche chi la pensa diversamente e sposa in pieno l'attribuzione di Sgarbi, come Carlo Guarienti ad esempio, uno dei più grandi artisti italiani contemporanei: 
"Stamattina appena ho letto l'articolo, mi sono subito recato a vedere l'opera dove è esposta, e non ho avuto nessun dubbio: si tratta di un Caravaggio originale al 100%!" 
Ce lo ha quasi urlato al telefono Guarienti, evidentemente ancora in preda all'emozione. Eppure - gli abbiamo detto - quel quadro era molto conosciuto e non si era mai parlato di questa possibile autografia caravaggesca. 
"Io da vicino non l'avevo mai visto. Va osservato attentamente: guardate la mano che tiene la testa di Oloferne! Non vedete che è la stessa della Zingara della Pinacoteca Capitolina? E la conduzione pittorica? Dalla foto avevo avuto solo una positiva impressione; da vicino si vede perfettamente che è un Caravaggio tipico, non ci sono dubbi; io non sempre concordo con Vittorio Sgarbi, ma stavolta devo riconoscere che ha visto bene! Il prossimo 3 gennaio mi vedrò con il proprietario, che è un vecchio amico, Fabrizio Lemme, e gli chiederò come abbia fatto a prendere questo quadro e a non accorgersene prima di chi fosse". 
Fabrizio Lemme, grande appassionato collezionista e connoisseur, notissimo nel mondo degli storici dell'arte e degli studiosi, si trova in breve vacanza negli Stati Uniti, lo abbiamo raggiunto al telefono a New York per sapere cosa ne pensa della novità. Ci dice scherzando che da adesso pretenderà di essere chiamato "Ser Fabrizio", ma poi precisa: "Che dire? Adesso sono in vacanza. Posso esprimere solo una considerazione prima di ulteriori ragguagli, e cioè che nel complesso delle attribuzioni a Caravaggio, se consideriamo che se ne conteggiano anche sessanta o settanta di quadri che gli vengono riferiti, questo di mia proprietà non è sicuramente il meno attendibile, anzi credo che possa avere una legittima plausibilità"
Era necessario quindi sentire il parere del responsabile dell'attribuzione, Vittorio Sgarbi. Queste le domande che gli abbiamo rivolto e le sue risposte: 

D- Professor Sgarbi che succede? Sembrava stesse filando tutto abbastanza liscio per la mostra a Roma su Artemisia Gentileschi, una grande affluenza di pubblico, buon riscontro da parte della critica ed ecco la bomba: la Giuditta della collezione Lemme esposta a Palazzo Braschi non sarebbe un dipinto di Artemisia ma addirittura attribuibile a Caravaggio! Spiegaci innanzitutto i motivi per cui non dovrebbe essere un quadro di Artemisia come pure molti hanno sempre creduto 

R- Innanzitutto che non fosse un quadro di Artemisia lo sapevano tutti, a cominciare dal proprietario. Quando andammo, con Alessandro Zuccari ed altri, come commissione che gestiva la vendita della collezione Lemme, da Emanuele Emmanuele (Emanuele Francesco Maria Emmanuele è il Direttore della Fondazione Roma, che acquisì la gran parte della collezione dell'avvocato Fabrizio Lemme, ndA), si parlava di una stima molto alta per abbassare la quale noi escludemmo proprio questo dipinto - che infatti è ancora in collezione Lemme -, appunto perché non si credeva che fosse di Artemisia. Il punto in effetti è che questa Giuditta confligge chiaramente con il primo dipinto datato dell'artista che è quello di Pommersfelden, la Susanna e i Vecchioni del 1610; consideriamo poi che di lì a poco Artemisia dipinge la famosa Giuditta di Capodimonte, del 1611-12 seguita poco dopo dalla replica degli Uffizi, vedi che c'è un mondo completamente diverso; ci trovi una scena sanguinaria, violenta, con due donne che uccidono un uomo; ed è questa la prima vera Artemisia. Come si può pensare che la stessa mano abbia realizzato in quello stesso torno di anni la versione Lemme? Così diversa, con quella posa, con quei tratti; quando dovrebbe averla dipinta Artemisia, sei anni prima? o quando ancora neppure disegnava? No, non è proprio un'opera sua ...


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"Artemisia Gentileschi e il suo tempo" a Roma, ma non è in mostra la Giuditta di Caravaggio

Visitabile presso Palazzo Braschi la mostra su Artemisia Gentileschi e il suo tempo. Polemiche intorno al mancato prestito della Giuditta e Oloferne di Caravaggio cui è dedicata la prima scheda in catalogo, che include alcune novità sul dipinto



Artemisia e l’arte a Roma nella prima metà del Seicento
di Mario URSINO 


“A Roma la polizia proibiva il porto d’armi. Tuttavia i vicoli del quartiere degli artisti restavano luoghi tra i più malfamati tra i più temibili d’Europa, e le notti nella Città Santa erano le più violente, le più arroventate notti della cristianità […]. Ogni sera, pittori di fazioni rivali, francesi e spagnoli, si passavano a fil di spada sotto lo sguardo beffardo di gruppi di italiani che si massacravano fra loro, toscani contro bolognesi, napoletani contro romani […]. Le cortigiane erano talmente numerose a Roma che qualche decennio prima i papi avevano tentato di confinarle in uno spazio delimitato lungo il Tevere, l’Ortaccio di Ripetta a poche centinaia di metri dal quartiere degli artisti […]. In questa zona della città, fra Piazza del Popolo e Piazza di Spagna, si estendeva il quartiere dei pittori. Oltre duemila artisti…francesi, fiamminghi, ma anche bolognesi, fiorentini e romani”. 

Questa descrizione della raffinata scrittrice-biografa Alexandra Lapierre nella sua stupenda biografia Artemisia, apparsa nel 1999, è frutto di un accuratissimo lavoro quinquennale, di una sterminata ricerca documentaria e bibliografica, che occupa oltre duecento pagine delle cinquecento dedicate all’affascinante racconto della tragica storia di Artemisia Gentileschi (1593-1653). 
Ma da chi era composta questa miriade di artisti che affollavano il centro di Roma tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento? Chi dovesse averne la curiosità, potrebbe visitare la bella mostra Artemisia Gentileschi e il suo tempo, che si è aperta a Palazzo Braschi il 30 novembre 2016 e durerà fino al 7 maggio 2017, da un’idea di Nicola Spinosa, che ha curato la sezione napoletana, coadiuvato da Francesca Baldassari, per la sezione fiorentina, e Judith Mann per la sezione romana. In tal modo, scientificamente e impeccabilmente, la mostra ci offre davvero uno spaccato dell’arte a Roma nella prima metà del secolo XVII, di cui Artemisia costituisce l’anomala presenza nella folta rassegna di autori maschili italiani e internazionali. Certo la fama della pittrice, figlia di Orazio Gentileschi (1563-1639), insigne pittore del suo tempo, è dovuta anche al ben noto e tragico processo per l’oltraggio da lei subito dal tracotante artista, Agostino Tassi (1580-1644), sodale del Gentileschi in importanti lavori tra cui la Sala del Concistoro al Quirinale, decorata su commissione del papa Paolo V Borghese prima del processo contro Agostino nel 1612. 
All’origine di questi studi e della sopra menzionata Artemisia della Lapierre, vanno ricordati, come la stessa biografa ci dice, il romanzo Artemisia del 1947 di Anna Banti, moglie dell’illustre Roberto Longhi, al quale si devono gli studi pioneristici su Caravaggio e in particolare la famosa esposizione a Milano nel 1951 a Palazzo Reale, Mostra del Caravaggio e dei Caravaggeschi. Dunque non poteva non figurare in apertura del catalogo di Artemisia a Palazzo Braschi la famosa opera del Caravaggio, Giuditta che taglia la testa a Oloferne, datata (secondo la scheda in catalogo) al 1602 c., nel Palazzo Barberini a Roma, soggetto in buona parte rappresentato nella rassegna spinosiana: oltre le due più note di Artemisia, una del 1617 del Museo di Capodimonte a Napoli, e l’altra degli Uffizi a Firenze del 1620-21, se ne contano altre dieci ...

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"Caravaggio/Misericordia". Un tableau vivant di Toni Mazzarella, a Siracusa fino all'8 gennaio


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