Il blog CARAVAGGIO400, fondato nel 2009 da Massimo D'Alessandro e Nicoletta Retico in occasione del quarto centenario della morte di Michelangelo Merisi da Caravaggio, ha l'intenzione di attivare e creare un punto di approfondimento e discussione sull'opera di uno dei più grandi maestri della pittura seicentesca di cui far conoscere principalmente la sua opera e la sua arte ancor più che la sua vita e biografia, su cui troppo spesso si è concentrata l'attenzione dei media trascurando l'innovazione e il genio del grande pittore. Invitiamo tutti gli studiosi, appassionati e chiunque voglia dare un suo contributo ad inserire commenti e inviare segnalazioni a questo blog.

16 gen 2019

A cinquant’anni dal furto, 'torna' la "Natività" del Caravaggio a Palermo. A restituirla la banda di Lupin: il videoclip

La Natività del Caravaggio (trafugata nel 1969) viene simbolicamente restituita alla città di Palermo nel videoclip del cantautore siciliano Davide Campisi. Girotondo, presente nell’album Democratica (CNI Unite), è il titolo del brano per il quale Le Lune, produzione indipendente, ha realizzato il videoclip in cui la banda di Lupin risolve il giallo sul quadro più ricercato al mondo, trafugato dalla mafia.




La Natività del Caravaggio (trafugata nel ‘69) viene simbolicamente restituita alla città di Palermo nel videoclip del singolo “Girotondo” del cantautore siciliano Davide Campisi. “Girotondo” è il titolo del brano contenuto nell’album Democratica, prodotto dall’etichetta discografica CNI Unite di Paolo Dossena. Era il 1969 quando, dall’oratorio di San Lorenzo di Palermo, venne trafugata “La Natività” con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi del Caravaggio, un olio su tela di oltre 2 metri e mezzo per 2. Dopo un cinquantennio, tra misteri e indagini sul caso, la casa di produzione indipendente “Le Lune”, non nuova a certe provocazioni (si ricorda il Sicilian Space Program con il lancio di un cannolo siciliano nello spazio) realizza con Campisi, il videoclip in cui, con ironia, avviene la restituzione dell’opera alla città di Palermo tramite il ladro gentiluomo per eccellenza: Lupin. Con un occhio sempre attento alla loro terra Antonella Barbera e Fabio Leone, i giovani registi di “Le Lune”, hanno compiuto un’operazione che si traduce in un auspicio al ritrovamento dell’opera. 
A ispirare i registi ennesi, il sound anni ‘70 e il testo del brano di Davide Campisi "Girotondo" che pone l’accento sul filo sottile tra mafia e politica nei termini di un gioco che passa dalla subordinazione alla ribellione, nel girotondo che fa cascare un mondo il quale alla fine non casca mai. Le mani diventano il simbolo di tale gioco, sono mani che pregano, rubano, aiutano, accarezzano e si uniscono nella lotta per la libertà. Nel videoclip Lupin con la sua banda, nel gioco surreale del sogno per la giustizia e il potere sociale, si fa portavoce di un caso tutto siciliano in cui convivono arte, religione, potere mafioso e mercato clandestino. Il videoclip, girato tra il Palazzo Castrone-Santa Ninfa e il quartiere Ballarò di Palermo, unisce in nome dell’arte e di una verità ad oggi non ancora svelata, in un andirivieni di piste tra leggende e burle, giovani attori, appassionati di cosplay e artisti provenienti da tutta la Sicilia. A interpretare il famoso manga: Lorenzo Prestipino (Lupin), Salvatore Alonge (Jigen), Damiano di Bella (Goemon), Francesca Barbarossa (Margot), Andrea Sciacca (Zenigata) e, nelle straordinarie vesti del mafioso, Calogero Termine. La tela presente nel videoclip è la copia a grandezza naturale della Natività del Caravaggio, realizzata dallo stesso Calogero Termine, pittore e copista siciliano. Una copia in scala dell’opera voluta dalla Commissione Parlamentare Antimafia è stata donata a Papa Francesco, a testimonianza dell’interesse dell’artista siciliano nella ricerca della verità sulla Natività del Caravaggio e la sua attenzione circa le vicende giudiziarie legate alla questione irrisolta di uno dei furti più intriganti del mondo dell’arte (fonte: comunicato).


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13 gen 2019

Caravaggio davvero “Sine ira et studio”? Una lettura non compiacente del volume con gli Atti del Convegno, di Clovis Whitfield


Il volume da poco pubblicato “Il giovane Caravaggio ‘Sine ira et studio’”a cura di Alessandro Zuccari e di M. Cristina Terzaghi, De Luca editori, Roma 2018, segue la “Giornata di studi” tenutasi con identico titolo, a cura dello stesso Zuccari, alla Sapienza Università di Roma il 1 marzo 2017. Anche se nel volume molto è scritto su Caravaggio non altrettanto spesso vengono alla luce nuove informazioni importanti, anche se tra questa serie di saggi vi è un’anticipazione della Vita di Caravaggio di Gaspare Celio (dal MS del 1614) riemersa grazie alle ricerche di Riccardo Gandolfi, in attesa della pubblicazione del testo per intero. Come accadde con la scoperta che ilprimo avvistamento dell’artista a Roma avvenne durante la Quaresima del 1596, (si veda il catalogo della mostra all‘Archivio di Stato nel 2011 cfr Caravaggio a Roma. Una vita dal vero. Catalogo della mostra (Roma, 11 febbraio-15 maggio) a cura di M. Di SivoO. Verdi, De Luca editori) ci vorrà ancora un po'ò di tempo perché le nuove informazioni si diffondano e in ogni caso occorre ancora una certa cautela a prendere come prova definitiva la testimonianza di un semplice barbiere probabilmente resa sotto costrizione nel 1597, e questo vale anche riguardo al saggio Caravaggio in viaggio da Milano a Roma di Giacomo Berra (cfr. Il Caravaggio da Milano a Roma: problemi e ipotesi): il quale propone, nel frattempo, diversi itinerari (via le bellezze di Venezia, Padova, Bologna, Firenze, se non forse Ancona o Genova) . 
Va detto che la maggior parte degli scritti del volume prendono in considerazione la nuova datazione (1596) dell’arrivo del Merisi a Roma, in parte perché le sue prime opere sembrano corrispondere bene a un inizio nella bottega di Carli ‘il siciliano’ nel 1596. Significa però che non possiamo più parlare, come fa il titolo di questo volume, del ‘giovane Caravaggio‘ – oltre al fatto che quegli anni dal 1592 al 1596 sono diventati un mistero – visto che aveva già 25 anni cioè più della metà del corso della sua vita, quando è associato al suo primo (?) scalo a Roma. E comunque, dato quello che apprendiamo riguardo ad una travagliata partenza da Milano, è difficile immaginare che non sarebbe stato notato a Roma se fosse arrivato davvero nel 1592, visto che la sua vita finì da subito inevitabilmente sotto gli occhi del pubblico.
Nella biografia di Celio, di cui ci viene data un’anticipazione da Gandolfi (Cfr. “Notizie sul giovane Caravaggio dall’inedita biografia di Gaspare Celio“) le circostanze del coinvolgimento del Merisi con il cardinale Del Monte ci dicono alcune cose importanti che prima non sapevamo. Probabilmente avremmo anche potuto immaginare che fosse stato Prospero Orsi colui che avvicinò Caravaggio Del Monte, ma Celio è il primo a dirlo. In quel frangente l’artista era ancora apparentemente senzatetto, come lo era stato quando aveva lavorato inizialmente per Carli e dormiva in un rifugio di fortuna accanto alla statua di Pasquino (dietro Piazza Navona). Ma la cosa più interessante di tutte, è che ci dice che Orsi portò Caravaggio a dipingere alcune copie per il Cardinale. Gandolfi finora non ha fatto molta attenzione a questo dettaglio, che invece appare di grande rilevanza per la carriera dell’artista e per la specialità per la quale aveva evidentemente guadagnato una reputazione tale per cui veniva deriso dall’establishment. ‘Dopo desiderando il cardinale del Monte un giovane, che li andasse copiando alcuna cosa, Prosperino vi accomodò esso Michelangelo’
È affascinante l’idea che questo ragazzo godesse evidentemente già di un credito tale da essere ritenuto in grado di fare copie esatte, e infatti Del Monte aveva bisogno di un simile specialista – molti se non la maggior parte della sua vasta collezione di dipinti era composta da copie, visto che non era certo il più ricco tra i mecenati del tempo [...]

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"Caravaggio in dettaglio", recensione al nuovo libro di Stefano Zuffi


Pittore e assassino sullo sfondo solenne della Roma a cavallo tra Cinque e Seicento, Michelangelo Merisi da Caravaggio è uno degli artisti più appassionanti e potentemente espressivi: protagonista di una vera e propria Odissea mediterranea, ma insieme capace di rivoluzionare il corso della pittura europea. 
La sua produzione è ora ripercorsa in modo originale nel vivace volume Nel segno di Caravaggio di Stefano Zuffi, edito da Skira (2018). Una monografia sui generis dunque che, nel grande formato e nel ricco e preponderante apparato illustrativo, mette al centro i dettagli dei dipinti. E non a caso, Caravaggio in Detail (Ludion, 2016) è il titolo della prima edizione inglese di questa fortunata opera, cui è seguita quella tedesca Caravaggio. Meisterwerke im Detail (Verlag Bernd Detsch, 2017). Significativa sotto questo punto di vista la selezione di particolari, sui quali il nostro sguardo più volte si sarà appuntato; eppure, ci si rende conto sfogliando le quasi trecento pagine, c’è sempre qualcosa da scoprire
L’autore non ha bisogno di troppe presentazioni. Non esattamente uno studioso caravaggista in senso stretto, ma un grande divulgatore a tutto tondo con indubbie capacità comunicative e di narrazione. E Nel segno di Caravaggio non fa eccezione, nel rivolgersi con immediatezza e fascinazione al suo pubblico naturale, che è quello meno specialista ma non meno assetato di conoscenza attorno al grande pittore milanese. Un pubblico interessato agli aspetti per così dire più intriganti, quali il temperamento violento e l’identificazione dei modelli. Quest’ultimo tema è da anni fin troppo abusato e inficiato da notizie manipolate. Ciononostante esse continuano a essere tramandate, come avviene anche nel volume in oggetto. Nella passerella virtuale di modelle manca nondimeno la recente identificazione della Vergine della Natività di Palermo con la Giuditta di Palazzo Barberini. Va detto tuttavia che il testo è rimasto fermo al 2016 – è in sostanza quello della prima edizione, anzi ora apprezzabilmente emendato nella biografia da alcune sviste della prima ora. C’è dunque posto per alcuni aggiornamenti a seguito delle ultime acquisizioni, quali una revisione del soggiorno siciliano (la tappa palermitana è messa in dubbio), mentre non hanno fatto breccia le scoperte che hanno portato a posdatare la data di arrivo a Roma. 
A ogni modo i singoli dipinti non sono presentati in ordine cronologico, ma per temi – ben nove (Nature morte; Lame e acciaio; I sensi; Teste mozzate; Autoritratti nascosti; Modelli in posa; Gesti & espressioni; Il corpo; Animali) e sviluppati il più possibile con aderenza al dato biografico
Come in ogni monografia che si rispetti, non manca comunque un catalogo (sezione “Opere”) che peraltro, controcorrente, recupera un’attribuzione come il San Giovanni Battista di Toledo. Ulteriori ‘sorprese’ in tal senso si ritrovano nel corpo del testo (organizzato in forma di brevi commenti ai particolari iconografici), quali l’inserimento nel corpus caravaggesco del Sacrificio di Isacco già a Princeton e la cosiddetta Medusa Murtola [Battista e Isacco sono espunti, tra gli altri, da Gianni Papi, che li ritiene di Bartolomeo Cavarozzi, vedi recente intervista su About Art online].
Come scrive l'autore nell’introduzione “I quadri del Merisi sollecitano intensamente i nostri sensi, e comunicano un’emozione, una passione del tutto diversa rispetto al piacere intellettuale procurato dalla pittura precedente o agli intenti pedagogici dell’arte sacra della Controriforma”. Una peculiarità che ci è ricordata nelle immagini pubblicate e quasi siamo spinti, (ri)partendo dai dettagli, a guardare con un occhio nuovo ai capolavori assoluti del genio
Da segnalare infine la bella veste editoriale dell’opera, con copertina cartonata (fonte: About Art online).

Caravage à Rome, a Parigi una mostra di alto livello con il confronto tra le due Maddalene


Nella sua essenzialità, un’esposizione di alto livello. È quanto può dirsi in due parole di Caravage à Rome, a cura di Francesca Cappelletti e Pierre Curie, benché il sottotitolo (Amis et ennemis), che richiama qualcosa di già sentito, dichiari implicitamente come non ci si debba attendere la novità a tutti i costi, in fatto di acquisizioni sul piano scientifico. La mostra, di fatto e anzitutto, trova una delle sue ragioni proprio nell’esporre a Parigi, che dal 1965 non ospitava un evento di oggetto comparabile. Altri tempi: al Louvre, Caravage et la peinture italienne du XVIIe siècle poteva portare al pubblico capolavori di Caravaggio (Milano, 1571 - Porto Ercole, 1610) oramai inamovibili come i dipinti della cappella Contarelli; e persino la Natività di Palermo, tristemente sottratta di lì a pochi anni. 
Stavolta la sede, il Musée Jacquemart-André, risulta meno nota ai più e in parte inaspettata: all’interno delle collezioni è meno rappresentato proprio il periodo a cavallo tra XVI e XVII secolo (‘vuoto’ cui si può dire che la mostra, in qualche modo, sopperisce). Ma questo poco importa, al di là che gli spazi espositivi sono raccolti e ciò ha un riflesso, più che sulla fruizione, sul numero limitato di opere per sala: talune sezioni sono rappresentate, comunque e sempre efficacemente, anche da un paio di dipinti. Peraltro la disponibilità del Jacquemart-André a farsi sede per l’evento è stata premiata in particolare con tre prestiti importanti (due Caravaggio e un Baglione) da Palazzo Barberini, il quale parallelamente con sei opere dal museo parigino ha allestito la rassegna La stanza di Mantegna.
Ma tornando a Caravage à Rome, essa si caratterizza per essere sviluppata per temi, ben otto: Il teatro delle teste mozzate; Musica e natura morta; Dipingere con il modello d’avanti; I contemporanei; Immagini della meditazione; Volti di Roma agli inizi del Seicento; La Passione di Cristo, un tema caravaggesco; La fuga. Ciò, non di meno, dà occasione di affrontare questioni di cronologia (criterio di presentazione forse più comunemente adottato), a partire dal ‘pezzo’ di apertura. Come (e per certi versi in contrapposizione) con la milanese Dentro Caravaggio, nella prima sala fa bella mostra di sé la Giuditta e Oloferne di Palazzo Barberini, qui riproposta al 1600 circa, ritoccando lievemente la datazione tradizionale che la vorrebbe di poco antecedente, ma a Milano assegnata al 1602 secondo un documento che ora è stato più attentamente riletto (aspetto che comunque non è sviscerato in catalogo) [...]

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11 gen 2019

"Caravaggio, doppi e copie: riemerge un’altra versione della 'Buona ventura' del Campidoglio. I primi dati tecnici", di Nicosetta Roio

Riemerge un'altra versione della “Buona ventura” di Caravaggio conservata alla Pinacoteca Capitolina: potrebbe trattarsi di un suo “doppio” giovanile?



È noto che Michelangelo Merisi da Caravaggio (Milano, 1571-Porto Ercole, 1610) ebbe modo di entrare nell’orbita del cardinale Francesco Maria del Monte a Roma grazie all’interessamento dell’amico Prospero Orsi delle Grottesche. Il prelato (così narra la biografia di Gaspare Celio scoperta di recente) cercava un giovane pittore che dipingesse delle copie e Prospero gli presentò l’amico lombardo, particolarmente bisognoso nei suoi primi tempi trascorsi nell’Urbe. Ciò conferma l’attitudine giovanile del Merisi alla copia, come si deduce da più testimonianze storiografiche, e tale circostanza stimola ulteriori ragionamenti sullo spinoso tema delle repliche di sue invenzioni, soprattutto quelle più precoci, una delle questioni assai intriganti che da lungo tempo viene affrontata dagli studi caravaggeschi. 
Non di tutti i dipinti eseguiti dal Caravaggio si conoscono redazioni coeve: la maggior parte delle copie da sue opere furono prodotte tra il 1610 e il 1640 circa, più o meno a partire dal momento della sua drammatica scomparsa fino alle prime avvisaglie dell’arte barocca. È sempre stato giudicato singolare il fatto che esistano relativamente poche copie contemporanee dei quadri eseguiti dal Merisi nel periodo trascorso a Palazzo Madama presso del Monte, che vi ospitò per alcuni anni l’artista da lui stipendiato: ad esempio fino ad ora della Buona ventura, o Zingara (conservata nelle raccolte capitolinee già documentata ab antiquo nella collezione del cardinale fino alla vendita all’asta nel 1628, anno successivo alla morte di del Monte) erano note solo due traduzioni assai tarde, cioè ottocentesche: una su tela di identiche dimensioni rispetto all’originale, l’altra su rame di cm 35 x 45.
Le citazioni storiografiche relative a questo particolare soggetto iconografico caravaggesco non risolvono definitivamente le questioni relative alla genesi dell’opera, un problema che si intreccia con l’esistenza di un’altra versione, parimenti autografa, e altrettanto ben nota. Si tratta della tela conservata al Musée du Louvre, che corrisponde al quadro del Caravaggio che secondo lo storiografo seicentesco Giulio Mancini era di proprietà di Alessandro Vittrice (o Vittrici), parente di Prospero Orsi. Purtroppo non è stato ancora possibile chiarire del tutto se “la Zingara” venduta dal Caravaggio per soli otto scudi, ricordata in altra parte del manoscritto di Mancini, corrisponda alla versione del Monte o a quella Vittrice. 
A complicare non poco tutta la questione riemerge ora un’altra versione della Buona ventura dalmontiana, realizzata nella medesima epoca e pressoché fedele dal punto di vista della composizione, anche se di dimensioni inferiori (cm 92,5 x 120) rispetto all’originale capitolino, che rivela alcune caratteristiche tecniche e stilistiche piuttosto interessanti. In attesa di ulteriori approfondimenti specialistici, attualmente è possibile rendere note alcune sue peculiarità, che potrebbero dimostrarsi utili a un ulteriore approfondimento dell’argomento relativo ai cosiddetti “doppi” caravaggeschi [...]


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