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Il "Cristo alla colonna" di Castello Ursino, copia di un Caravaggio perduto: il video didattico



Il Museo Civico "Castello Ursino" partecipa alla manifestazione #plateaComune attraverso la pubblicazione di alcuni video didattici, relativi al proprio patrimonio museale. Nel primo focus realizzato, Michele Cuppone parla del Cristo alla colonna, copia di un Caravaggio perduto.
Di seguito una trascrizione del contributo:
Il dipinto rappresenta Cristo che, legato alla colonna, viene flagellato da due manigoldi. Non vediamo i volti di questi ultimi, l’uno posto di spalle mentre l’altro è in penombra. È una scelta, da parte dell’artista, che sembra accentuare il carattere occulto del male. Tutto ciò, nel formato verticale della tela, dona anche maggiore risalto alla figura del Cristo sofferente.
Il quadro costituisce un’importante testimonianza iconografica se, a quanto pare, è una copia di un Caravaggio perduto. Non l’unica. Una seconda, si trova a Macerata. Di una terza versione ancora, è ignota l’ubicazione attuale: si trovava un tempo in collezione Camuccini a Cantalupo in Sabina. C’è da dire che, per qualcuno, proprio questa terza versione sarebbe il dipinto originale caravaggesco.
Ricordiamo che Michelangelo Merisi, adottando soluzioni compositive simili, aveva dipinto in altre occasioni un Cristo alla colonna, o comunque, aveva rappresentato un altro momento della Passione, quello dell’Incoronazione di spine. Vediamo così che, le pose del Cristo o dei suoi aguzzini del quadro di Catania, ricorrono nella Flagellazione di Capodimonte, e in quella di Rouen. E ancora, nell’Incoronazione di spine di Vienna, e in quella di Vicenza.
Risulta difficile pure stabilire in quale momento Caravaggio abbia dipinto il prototipo della copia di Castello Ursino: se quando si trovava ancora a Roma, o nel periodo immediatamente successivo, a Napoli, dopo aver abbandonato la capitale per aver commesso un omicidio.
Ma chi è l’autore del quadro di Catania? È difficile stabilirlo, e sono state fatte alcune ipotesi a riguardo. Si pensò anzitutto a Giovanni Battista Caracciolo, detto Battistello, un seguace napoletano del Merisi. Oppure a qualcuno della cerchia di Carlo Saraceni, pittore veneto operante a Roma, cui è stata riconosciuta una certa vicinanza alla pittura caravaggesca. Un’altra ipotesi ancora suggerisce, per l’ignoto autore del Cristo alla colonna di Castello Ursino, il nome di Mario Minniti. È a lui che lo vediamo assegnato, nell’allestimento della Pinacoteca del museo catanese. Minniti, originario di Siracusa, aveva conosciuto Caravaggio a Roma, nella bottega in cui avrebbero collaborato agli esordi dei loro anni romani. Si ritroveranno poi nella città natale di Minniti, dove questi era ritornato, una volta lasciata Roma; e dove Caravaggio si troverà a passare durante il suo soggiorno siciliano.
Va segnalata infine, nelle collezioni di Castello Ursino, la presenza dell’unica copia superstite della Natività di Palermo, ma dipinta a Roma, di Caravaggio, rubata nel 1969. Cosicché, il museo vanterebbe una sorta di primato. Quello cioè di custodire, nella Pinacoteca, due copie da due Caravaggio dispersi.
Chiudiamo con una suggestione. Caravaggio, si sa, aveva un temperamento rissoso, e fra i vari episodi di violenza di cui fu protagonista, si ricorda l’aggressione a piazza Navona al notaio Mariano Pasqualoni, per motivi di gelosia di una donna. E bene, proprio nei beni della famiglia Pasqualoni è attestata la presenza, a Roma nel 1652,  di un «Cristo flagellato alla colonna». Poteva forse quest’ultimo essere il prototipo caravaggesco, qualunque o ovunque esso sia, di cui una copia è ancora oggi conservata a Catania?
Una cosa è certa: gli studi caravaggeschi sono una materia viva, e per ogni questione che sembra chiarirsi, un’altra ancora se ne apre. Proprio come ci dimostra, appunto, il “Minniti” di Castello Ursino
#plateaComune, a cura dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Catania, è uno spazio aperto per non spegnere i riflettori sulla bellezza, sull’arte, sulla cultura, sulle molteplici espressioni del genio e della creatività della quale Catania è ricchissima.

L'autore
Michele Cuppone è ricercatore e studioso di Caravaggio. Ha pubblicato i suoi studi storico-artistici in sedi scientifiche e divulgative. Ha prestato consulenza in progetti editoriali ed espositivi. In televisione ha partecipato al documentario La Rome claire obscure du Caravage/Im helldunkel-Rom von Caravaggio prodotto da Arte ed è stato ospite di approfondimenti tematici su Rai 2 e Tv2000. È infine curatore di Caravaggio400.org. Per l’editore Campisano, è appena uscito il suo volume Caravaggio. La Natività di Palermo. Nascita e scomparsa di un capolavoro.

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Il 'Caravaggio' rimane nelle gallerie del castello



Udine, 18 marzo 2020 - Palazzo D'Aronco avrà in comodato d'uso gratuito il San Francesco che riceve le stimmate, attribuito a Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Ieri la giunta ha deliberato di accettare il deposito del dipinto, di proprietà della Parrocchia di Santa Maria Assunta di Fagagna, nelle Gallerie d'arte antica del Castello di Udine dove è già esposto. Il comodato d'uso avrà durata decennale, con possibilità di rinnovo. L'opera è assicurata per 400mila euro (salvo una revisione al rialzo in caso studi futuri, favoriti dal restauro dell'opera quest'anno, rivelino un'autografia caravaggesca certa del dipinto) e la parrocchia di Fagagna ha chiesto che, in caso di prestiti a terzi, sia valorizzata per 1,5 milioni di euro. Il dipinto, in realtà, è custodito nelle Gallerie dei civici musei da più di un secolo, da quando, nel 1911, l'allora prefetto di Udine comunicò al Soprintendente Gino Fogolari il sequestro del quadro - donato nel 1852 al parroco della chiesa Santa Maria Assunta di Fagagna dal conte Francesco Fistulario -, per sospetto di sua alienazione (era stato portato nello studio di un artista che avrebbe dovuto provvedere a un ennesimo restauro) e quindi il suo trasferimento presso i Musei del Castello. Negli anni successivi la parrocchia di Fagagna avanzò ripetute richieste di restituzione della propria tela, rimaste però, con varie motivazioni, inevase. L'opera, negli anni, è stata sottoposta a diversi restauri: nel 1854 se ne occupò il pittore-fotografo, Arturo Malignani, mentre nel 1930 fu inviata a Roma, dove fu restaurata dall'allora ministero della Pubblica Istruzione. I Civici musei, che hanno sostenuto alcuni interventi nel 1989 e nel 2013, hanno anche coperto nel 2014 i costi per una campagna diagnostica completa sul dipinto, in occasione della mostra in Castello Rebus Caravaggio. Il San Francesco che riceve le stimmate di Udine. Con il beneplacito della Soprintendenza a fine 2019 sono iniziati i saggi di pulitura per l'esecuzione del restauro. Tra gli studiosi, non c'è ancora una posizione univoca: il quadro potrebbe essere del Caravaggio (attribuibile al periodo giovanile), una replica o una copia (fonte: Il Gazzettino)

Da Caravaggio a Tiepolo, i capricci pittorici di Nicola Ancona, omaggio ai Grandi Maestri



La Natività da Caravaggio a Tiepolo. Capricci pittorici “dal sacro al profano” è il cataloghino (60 pp., bilingue) con cui Nicola Ancona presenta un lato piuttosto interessante della sua produzione. Come fa intendere il titolo, l’artista nativo di Bitonto (ma di adozione leccese) ha voluto omaggiare a suo modo i maestri del passato, combinando di volta in volta due o più opere dello stesso autore. Il risultato, è sorprendente: tanto gli innesti sono generalmente riusciti, se necessario ribaltando anche le singole figure, che, specie all’occhio meno esperto e colto, essi potranno apparire copie conformi di un originale. Ciascun “rebus” pittorico è comunque presto svelato dalle elaborazioni grafiche sui dipinti di partenza, in una sorta di gioco didattico che stimola gli stessi conoscitori. Se siamo qui a parlare delle creazioni di Ancona, va detto, è anche per la qualità dei suoi lavori, di recente esposti a Lecce (Chiostro del Seminario, 23 dicembre 2019-2 gennaio 2020). Un talento personale, il suo, che si sviluppa peraltro a partire dalla sua attività principale, quella di restauratore (per lungo tempo restauratore capo del salentino Museo “Sigismondo Castromediano”), cui si lega la grande dimestichezza con la materia. E che, diremo poi, si manifesta in altri soggetti dipinti, più originali. 
Ma tornando ai capricci pittorici, il loro valore è ben testimoniato nel saggio d’apertura di Francesco Petrucci, che presenta l’artista, l’opera nel complesso e nel suo significato, fino a decifrare i singoli rebus. A partire dalla caravaggesca «Adorazione dei pastori con san Lorenzo e san Francesco dell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, sottratta in un furto nel 1969 e mai più ritrovata – collocata dalla critica recente al 1600 e non al soggiorno siciliano, come si credeva –, [che] viene ribaltata specularmente e incastonata nella stalla dell’Adorazione dei Pastori del Museo Regionale di Messina (1609). Dalla stessa perduta pala proviene anche l’angelo che scende in volo, mentre i volti dei due pastori sono quelli degli apostoli nella Incredulità di san Tommaso della Bildergalerie di Postdam (1600-1601)». Seguono, nel saggio e nelle vivaci riproduzioni, capolavori, tutti di tema sacro e più o meno noti al grande pubblico – invitato nel secondo caso ad approfondire, nell’ottica didattica di cui sopra –, di Rubens, Ribera, de La Tour, Poussin; fino ad Antonio Balestra, Giovan Battista Pittoni e, naturalmente, Giambattista Tiepolo. Solo per citarne alcuni dei ben quindici maestri celebrati in questo progetto, per un numero di fonti iconografiche che è chiaramente superiore al doppio; e che affronta movimenti e correnti artistiche diverse, avvicendatesi tra Sei e Settecento, ma sempre con la stessa curiosità d’indagine e impegno manuale.
Il progetto tuttavia, accennavamo, va oltre la sperimentazione sul passato e si sposta pressoché tutto sul profano, quando include le opere d’arte contemporanea di Ancona [...]

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"David e Caravaggio", in mostra a Napoli fino al 19 aprile




Aperta fino al 19 aprile 2020 alle Gallerie d’Italia – Palazzo Zevallos Stigliano a Napoli, la mostra-dossier David e Caravaggio. La crudeltà della natura, il profumo dell’ideale che indaga un tema interessante per la storia della critica perché ricostruisce un periodo poco noto della fortuna del Merisi.
La mostra, a cura di Fernando Mazzocca, è realizzata grazie alla collaborazione dell’Institut Français di Napoli, del Museo di Capodimonte e di istituzioni culturali italiane e musei internazionali che hanno concesso importanti prestiti, come il Petit Palais di Parigi e il Fine Arts Museum di San Francisco. 
Michele Coppola, Executive Director Arte Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo, afferma: «David e Caravaggio riflette, in senso pieno, i valori che sono alla base delle iniziative espositive nelle nostre Gallerie d’Italia dedicate all’arte, alla bellezza e alla conoscenza. Vale a dire valorizzazione e studio delle collezioni di proprietà, che suggeriscono sempre nuovi temi, artisti e stagioni da indagare. Promozione e riscoperta del patrimonio culturale e artistico che è espressione dell’identità della città e del territorio, e visione internazionale. La provenienza dei capolavori in mostra restituisce l’ampiezza delle sinergie, degli scambi e dei dialoghi costruiti con istituzioni e musei di tutto il mondo, segno forte e concreto della riconosciuta serietà, su scala globale, dell’impegno culturale di Intesa Sanpaolo».
L’opera più importante conservata nelle Gallerie d’Italia – Palazzo Zevallos Stigliano di Napoli è il Martirio di sant’Orsola di Caravaggio. Tale presenza ha motivato, negli anni, un’intensa attività culturale e di ricerca volta all’approfondimento di alcuni temi caravaggeschi.
In particolare, l’occasione di questa mostra nasce dalla presenza nella basilica reale pontificia di San Francesco di Paola a Napoli di una copia molto fedele e delle stesse dimensioni dell’originale, di uno dei maggiori capolavori di Caravaggio, la Deposizione nel sepolcro, in origine nella chiesa di Santa Maria in Vallicella a Roma e oggi ai Musei Vaticani. La copia era stata eseguita nel 1824 dal pittore napoletano Tommaso De Vivo quando l’originale, requisito dopo il trattato di Tolentino per entrare significativamente a far parte delle prestigiose collezioni del Musée Napoléon, era rientrato a Roma e trasferito nelle raccolte vaticane.
Tali circostanze offrono l’opportunità di ripercorrere la fortuna di questo capolavoro in un momento in cui Merisi, pur non godendo di considerazione da parte della storiografia artistica e della critica, catturava invece l’attenzione dei pittori francesi che in età neoclassica soggiornavano a Roma per un periodo di formazione. Tra questi, come ormai già evidenziato dagli studi ed in particolare da un fondamentale saggio di Pierre Rosenberg (pubblicato nuovamente in catalogo nella traduzione italiana), ha avuto un peso decisivo Jacques-Louis David, nelle cui opere ritroviamo vari richiami a quelle di Caravaggio.
Si tratta di una mostra dossier che, grazie a materiali documentari e al suggestivo confronto, ormai consacrato dagli studiosi di David, tra la Deposizione nel sepolcro e La morte di Marat, rievoca questo momento affascinante e meno noto della fortuna di Caravaggio, la cui riscoperta viene generalmente attribuita alla critica (in particolare a Roberto Longhi) e ai pittori del Novecento.
Non essendo possibile esporre i due originali di Caravaggio e David, il confronto avviene tra la copia napoletana della Deposizione – restaurata in questa occasione – e una delle quattro belle repliche, quella conservata a Reims, della Morte di Marat, eseguite dagli allievi del maestro francese nell’atelier e sotto la sua direzione. Esse sono documentate, dopo la sua morte, nello studio di Bruxelles dove si trovava in esilio.
Il percorso della mostra è arricchito da alcuni capolavori del grande protagonista del Neoclassicismo e da volumi dei primi decenni dell’Ottocento dedicati alle raccolte vaticane, in cui notevole risalto è dato alla Deposizione di Caravaggio.
Il catalogo contiene saggi di Pierre Rosenberg, Francesco Leone, Luisa Martorelli e Fernando Mazzocca (fonte: comunicato stampa).

Va all’asta la problematica ‘Giuditta-Tolosa’. Ne parla Stefania Macioce, esperta di Caravaggio

Stefania Macioce, scettica sull'autografia caravaggesca della Giuditta francese, almeno per quanto riguarda la tavolozza utilizzata, accoglie invece la nuova datazione al 1602 per il prototipo di Palazzo Barberini

Andrà all’asta il 27 giugno a Tolosa come opera di Caravaggio con una valutazione di circa 150 milioni di dollari, la Giuditta e Oloferne, dipinto rintracciato proprio a Tolosa nel 2014. In occasione dell’esposizione del quadro alla Galleria Colnaghi di Londra, a detta di Eric Turquin, l’esperto francese, già direttore del dipartimento Maestri antichi di Sotheby’s che ne ha seguito il restauro, la paternità dell’opera è più che certa: “L’analisi a raggi x dimostra che originariamente Giuditta volgeva lo sguardo verso Oloferne, stava guardando ciò che aveva fatto”, proprio come nella prima versione del soggetto dipinta da Caravaggio nel 1602, capolavoro attualmente a Roma nella Galleria Nazionale di Palazzo Barberini.
L’autenticità della tela (m. 1,75 x 1,44) descritta in due lettere del 1607 al duca di Mantova, nel testamento in data 1617 del pittore e mercante d’arte Louis Finson e in un un inventario del suo socio Abraham Vinck, redatto ad Anversa nel 1619, è stata oggetto di un serrato dibattito critico sulla pertinenza dell’attribuzione a Caravaggio, o al pittore fiammingo Louis Finson che a Napoli aveva un’affermata bottega e che, come risulta dalle fonti, deteneva alcune opere del pittore lombardo. 
Il dipinto in questione, che ha evidenti analogie compositive e iconografiche con quello già noto del medesimo soggetto di mano di Finson, viene indicato come un’altra versione della Giuditta e Oloferne già Coppi ora a Palazzo Barberini. Se, come alcuni sostengono, si trattasse di una copia da Caravaggio, ciò rientrerebbe facilmente nelle modalità della bottega di Finson, pittore noto, ma anche mercante d’arte che, per ovvi motivi commerciali, potrebbe aver fatto eseguire da uno specialista diverse copie anche di altri autori, per proporle al facoltoso mercato di Bruges e Amsterdam. Il dipinto, secondo il fortunato possessore Turquin, sarebbe stato modificato solo in un secondo momento, una metodica che nessun copista avrebbe perseguito men che meno per alterare la direzione dello sguardo del personaggio principale, se fosse una copia conclude Turquin: «il copista sarebbe un genio».
Nel 2016 in occasione dell’incontro a porte chiuse Attorno a Caravaggio tenutosi nella Pinacoteca di Brera di Milano, ma in precedenza avevo affrontato la questione anche al Metropolitan di New York, ho avuto modo di rianalizzare e ridiscutere il dipinto, esposto a fianco di altre opere di Finson, tra cui la Giuditta e Oloferne di proprietà Intesa Sanpaolo. In quell’occasione le analisi condotte sulla tela hanno posto in luce dati di sicuro interesse circa i pigmenti, i cambi di impostazione delle figure, risultato di una diagnostica di qualità eccellente che ha rivelato all’interno della composizione dati assai contrastanti tanto che la lettura complessiva del quadro nelle sue fasi di realizzazione, è risultata disomogenea. 
Fui colpita in particolare dalla presenza, nell’abito di Giuditta, di pigmento blu, molto in uso nei paesi nordici dove il nero era di difficoltosa reperibilità; il blu, che Caravaggio considerava il «veleno delle tinte», si riscontra solo in alcune opere del pittore utilizzato con parsimonia e ciò del resto è abbastanza in linea con la sua tavolozza notoriamente basata sulle terre. Non voglio entrare nel merito di questo aspetto che ho trattato più diffusamente in altra sede, né contestare o approvare i risultati di quella giornata che si concluse all’insegna di ragionevoli interrogativi e di una difformità di pareri [...]

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"Giuditta e Oloferne", all'asta il (presunto) Caravaggio della discordia




Nel 2014, il banditore francese Marc Labarbe ricevette una telefonata da un amico. Costui gli rivelava che nella soffitta della sua casa a Tolosa aveva trovato un dipinto barocco e che, sebbene l'opera fosse coperta di polvere e deteriorata dall'acqua, sembrava avere un certo valore. 
Labarbe, osservando il dipinto e nel rimuovere la polvere dai volti della pittura, scattò una foto all'opera e la inviò a Parigi al valutatore d'arte Eric Turquin. Cinque anni dopo l'esperto ha identificato il quadro, già restaurato, come «Giuditta e Oloferne», un'opera perduta del maestro Caravaggio, che si ritiene dipinse nel 1607. 
Un quadro controverso. Perché se per alcuni studiosi si tratta effettivamente di un'opera di Caravaggio, perduta per oltre 400 anni, per altri esperti (come Mina Gregori) sarebbe solo un falso, l'opera di un copista. 
Il quadro della discordia è stato recentemente restaurato e dopo due anni di lavoro verrà messo all'asta. Il 27 giugno Labarbe lo venderà all'asta proprio a Tolosa, dove prevede di piazzarlo per oltre 150 milioni di euro. 
Secondo Turquin, che ha curato il restauro, non ci sono dubbi che si tratti di un'opera autentica di Caravaggio: «Ci sono delle modifiche tra quello che vediamo sia a occhio nudo che con i raggi X e i raggi ultravioletti, e questo dimostra che è il frutto di un processo creativo, con cambiamenti e variazioni. È la prova che è un originale». E ha aggiunto: «Abbiamo fatto ricerche per 18 mesi anche con l'ausilio di strumenti a infrarossi, raggi X, lo hanno visto molti storici d'arte specialisti di Caravaggio e la conclusione è stata di autenticità». 
Secondo Eric Turquin si tratta di una seconda versione del dipinto conservato nella Galleria nazionale di arte antica di Palazzo Barberini a Roma che rappresenta l'episodio biblico della decapitazione del condottiero assiro Oloferne da parte della vedova ebrea Giuditta, che voleva salvare il proprio popolo dalla dominazione straniera. Questo secondo dipinto sarebbe stato realizzato dal Merisi a Napoli nella prima decade del Seicento. Quattro documenti secondo Turquin sostengono l'autenticità e la provenienza del dipinto ad olio: due lettere del 1607 al duca di Mantova, che descrivono il dipinto; il testamento del 1617 del mercante d'arte e pittore Louis Finson; un inventario della tenuta di Abraham Vinck, un socio di Finson, eseguito ad Anversa nel 1619. 
Dopo il 1619, il destino del dipinto è poco conosciuto. «E non sappiamo dove sia stato dopo il 1689», la data della sua ultima mostra, ha detto Turquin. Prima di essere scoperto a Tolosa, soltanto la meticolosa copia dipinta dall'artista olandese Finson, contemporaneo del Caravaggio, indicava l'esistenza dell'originale (fonte: Il Mattino)

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"Marta Maria Maddalena": nuovo murales di Ravo, a Settimo Milanese




Settimo Milanese (Milano), 25 febbraio 2019 - Splendido e gigantesco. Un nuovo lavoro si aggiunge alla collezione di arte pubblica di “OpenWalls” il museo di strada voluto dall’amministrazione comunale, realizzato insieme a Nuovi Colori. E lascia tutti a bocca aperta. 
Stupendo anche il sorriso della sindaca Sara Santagostino davanti all’opera finita: "Questa volta l’opera, dipinta dallo street artist Andrea Ravo Mattoni all’interno del suo progetto ‘Recupero del Classicismo nel contemporaneo’, punta a rendere accessibili a tutti le grandi opere del passato: ‘Marta e Maria Maddalena’, dipinta dal Caravaggio nel 1598 conservata all’Institute of Arts di Detroit negli Stati Uniti, ora è anche sul muro della nostra piazza del mercato", l’annuncio della prima cittadina affidato venerdì ai social. "Che bellezza. È di questo che abbiamo sempre più bisogno: di bellezza", commenta Federico. I messaggi di apprezzamento seguono a centinaia: "Stupendo portare l’arte nella vita di tutti i giorni", scrive Daniele. Mentre Giorgina cita Pablo Picasso: "L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni", per esprimere tutto il suo apprezzamento. "Davvero complimenti è bellissimo girare per il paese e poter ammirare questi capolavori".
"Ho scelto Settimo Milanese per dipingere Caravaggio perché credo che l’arte debba essere accessibile a tutti - commenta Mattoni che vanta opere in Francia, Spagna, Belgio, Gran Bretagna e collaborazioni prestigiose come quella con il Museo del Louvre a Parigi -. L’idea? Creare interesse per la storia dell’arte dalla strada, la strada che è di tutti". L’obiettivo? "Diffondere bellezza e indurre passione per l’arte - dice la sindaca - Andrea ha riprodotto un capolavoro di Caravaggio, ci piace pensare che in questo modo anche le giovanissime generazioni si possano fare domande su chi fosse Caravaggio e al contempo chiedersi chi sia Andrea oggi e perché abbia scelto di diffondere questo tipo di pittura". Una settimana di lavoro, 120 bombolette spray per realizzare il murale da 8 metri per 11. OpenWalls si arricchirà in occasione della Giornata della Legalità (12 aprile) di un altro murale dedicato a Falcone e Borsellino (fonte: Il Giorno).

A cinquant’anni dal furto, 'torna' la "Natività" del Caravaggio a Palermo. A restituirla la banda di Lupin: il videoclip

La Natività del Caravaggio (trafugata nel 1969) viene simbolicamente restituita alla città di Palermo nel videoclip del cantautore siciliano Davide Campisi. Girotondo, presente nell’album Democratica (CNI Unite), è il titolo del brano per il quale Le Lune, produzione indipendente, ha realizzato il videoclip in cui la banda di Lupin risolve il giallo sul quadro più ricercato al mondo, trafugato dalla mafia.




La Natività del Caravaggio (trafugata nel ‘69) viene simbolicamente restituita alla città di Palermo nel videoclip del singolo “Girotondo” del cantautore siciliano Davide Campisi. “Girotondo” è il titolo del brano contenuto nell’album Democratica, prodotto dall’etichetta discografica CNI Unite di Paolo Dossena. Era il 1969 quando, dall’oratorio di San Lorenzo di Palermo, venne trafugata “La Natività” con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi del Caravaggio, un olio su tela di oltre 2 metri e mezzo per 2. Dopo un cinquantennio, tra misteri e indagini sul caso, la casa di produzione indipendente “Le Lune”, non nuova a certe provocazioni (si ricorda il Sicilian Space Program con il lancio di un cannolo siciliano nello spazio) realizza con Campisi, il videoclip in cui, con ironia, avviene la restituzione dell’opera alla città di Palermo tramite il ladro gentiluomo per eccellenza: Lupin. Con un occhio sempre attento alla loro terra Antonella Barbera e Fabio Leone, i giovani registi di “Le Lune”, hanno compiuto un’operazione che si traduce in un auspicio al ritrovamento dell’opera. 
A ispirare i registi ennesi, il sound anni ‘70 e il testo del brano di Davide Campisi "Girotondo" che pone l’accento sul filo sottile tra mafia e politica nei termini di un gioco che passa dalla subordinazione alla ribellione, nel girotondo che fa cascare un mondo il quale alla fine non casca mai. Le mani diventano il simbolo di tale gioco, sono mani che pregano, rubano, aiutano, accarezzano e si uniscono nella lotta per la libertà. Nel videoclip Lupin con la sua banda, nel gioco surreale del sogno per la giustizia e il potere sociale, si fa portavoce di un caso tutto siciliano in cui convivono arte, religione, potere mafioso e mercato clandestino. Il videoclip, girato tra il Palazzo Castrone-Santa Ninfa e il quartiere Ballarò di Palermo, unisce in nome dell’arte e di una verità ad oggi non ancora svelata, in un andirivieni di piste tra leggende e burle, giovani attori, appassionati di cosplay e artisti provenienti da tutta la Sicilia. A interpretare il famoso manga: Lorenzo Prestipino (Lupin), Salvatore Alonge (Jigen), Damiano di Bella (Goemon), Francesca Barbarossa (Margot), Andrea Sciacca (Zenigata) e, nelle straordinarie vesti del mafioso, Calogero Termine. La tela presente nel videoclip è la copia a grandezza naturale della Natività del Caravaggio, realizzata dallo stesso Calogero Termine, pittore e copista siciliano. Una copia in scala dell’opera voluta dalla Commissione Parlamentare Antimafia è stata donata a Papa Francesco, a testimonianza dell’interesse dell’artista siciliano nella ricerca della verità sulla Natività del Caravaggio e la sua attenzione circa le vicende giudiziarie legate alla questione irrisolta di uno dei furti più intriganti del mondo dell’arte (fonte: comunicato).


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"Caravaggio, doppi e copie: riemerge un’altra versione della 'Buona ventura' del Campidoglio. I primi dati tecnici", di Nicosetta Roio

Riemerge un'altra versione della “Buona ventura” di Caravaggio conservata alla Pinacoteca Capitolina: potrebbe trattarsi di un suo “doppio” giovanile?



È noto che Michelangelo Merisi da Caravaggio (Milano, 1571-Porto Ercole, 1610) ebbe modo di entrare nell’orbita del cardinale Francesco Maria del Monte a Roma grazie all’interessamento dell’amico Prospero Orsi delle Grottesche. Il prelato (così narra la biografia di Gaspare Celio scoperta di recente) cercava un giovane pittore che dipingesse delle copie e Prospero gli presentò l’amico lombardo, particolarmente bisognoso nei suoi primi tempi trascorsi nell’Urbe. Ciò conferma l’attitudine giovanile del Merisi alla copia, come si deduce da più testimonianze storiografiche, e tale circostanza stimola ulteriori ragionamenti sullo spinoso tema delle repliche di sue invenzioni, soprattutto quelle più precoci, una delle questioni assai intriganti che da lungo tempo viene affrontata dagli studi caravaggeschi. 
Non di tutti i dipinti eseguiti dal Caravaggio si conoscono redazioni coeve: la maggior parte delle copie da sue opere furono prodotte tra il 1610 e il 1640 circa, più o meno a partire dal momento della sua drammatica scomparsa fino alle prime avvisaglie dell’arte barocca. È sempre stato giudicato singolare il fatto che esistano relativamente poche copie contemporanee dei quadri eseguiti dal Merisi nel periodo trascorso a Palazzo Madama presso del Monte, che vi ospitò per alcuni anni l’artista da lui stipendiato: ad esempio fino ad ora della Buona ventura, o Zingara (conservata nelle raccolte capitolinee già documentata ab antiquo nella collezione del cardinale fino alla vendita all’asta nel 1628, anno successivo alla morte di del Monte) erano note solo due traduzioni assai tarde, cioè ottocentesche: una su tela di identiche dimensioni rispetto all’originale, l’altra su rame di cm 35 x 45.
Le citazioni storiografiche relative a questo particolare soggetto iconografico caravaggesco non risolvono definitivamente le questioni relative alla genesi dell’opera, un problema che si intreccia con l’esistenza di un’altra versione, parimenti autografa, e altrettanto ben nota. Si tratta della tela conservata al Musée du Louvre, che corrisponde al quadro del Caravaggio che secondo lo storiografo seicentesco Giulio Mancini era di proprietà di Alessandro Vittrice (o Vittrici), parente di Prospero Orsi. Purtroppo non è stato ancora possibile chiarire del tutto se “la Zingara” venduta dal Caravaggio per soli otto scudi, ricordata in altra parte del manoscritto di Mancini, corrisponda alla versione del Monte o a quella Vittrice. 
A complicare non poco tutta la questione riemerge ora un’altra versione della Buona ventura dalmontiana, realizzata nella medesima epoca e pressoché fedele dal punto di vista della composizione, anche se di dimensioni inferiori (cm 92,5 x 120) rispetto all’originale capitolino, che rivela alcune caratteristiche tecniche e stilistiche piuttosto interessanti. In attesa di ulteriori approfondimenti specialistici, attualmente è possibile rendere note alcune sue peculiarità, che potrebbero dimostrarsi utili a un ulteriore approfondimento dell’argomento relativo ai cosiddetti “doppi” caravaggeschi [...]


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"Il vero Caravaggio e la guerra delle Maddalene", di Dario Pappalardo


Mina Gregori mentre vede per la prima volta insieme le due opere a Parigi

Nella guerra delle Maddalene, il colpo di scena è questa signora di 95 anni, scesa alla Gare de Lyon dopo sette ore di treno. Mina Gregori, classe 1924, l’erede di Roberto Longhi, decana della storia dell’arte, è a sorpresa a Parigi per rivedere il “suo” Caravaggio. «È l’ultima occasione di osservare le Maddalene fianco a fianco», dice. Scende al binario e prende un taxi per il museo Jacquemart-André. Dove c’è la mostra dei record, “Caravage à Rome”, curata da Francesca Cappelletti con Pierre Curie e Cristina Terzaghi: oltre 210mila visitatori si sono messi in fila da fine settembre sul Boulevard Haussmann (aumenteranno: chiude il 28 gennaio). Gregori, accompagnata dalla nipote, si fa largo verso l’ultima sala con le Maddalene in estasi mai esposte prima insieme: la Klain e la “sua”, da lei ritrovata e attribuita a Caravaggio nell’ottobre 2014 in un’intervista a Repubblica. Da allora non l’aveva più vista. «Guardate le mani che si intrecciano, la composizione dello spazio: è un quadro bellissimo». E la Klain? 
«Anche questo è un dipinto molto interessante, difficile trovare qualcuno che copiasse Caravaggio così bene. C’è ancora da studiare». 
L’allieva di Longhi, l’uomo che nel Novecento riscoprì il pittore maledetto, lo consegnò alla storia e al mito pop, parla e negli spazi del museo il tempo si ferma. Parte qualche flash. Mina Gregori visita gli altri capolavori, alcuni scoperti da lei: «Il suonatore di liuto dell’Ermitage è uno dei miei preferiti. E il San Francesco in meditazione l’orgoglio della pinacoteca della mia Cremona». 
Gli studiosi del Seicento italiano si contendono uno scatto con Mina: tutti si sono formati sui suoi saggi. 
Sono a Parigi perché qui si sta consumando un nuovo atto della Caravaggeide. L’Istituto italiano di cultura di Rue de Varenne ha ospitato ieri un convegno nato a margine della mostra al Jacquemart che promette “novità e riflessioni” sull’artista. Caravaggisti di tutto il mondo, o quasi, si succedono in cattedra per oltre sei ore: i posti sono esauriti e, seduti nella ex casa di Talleyrand, non ci sono soltanto specialisti. La contesa tra le Maddalene ruba ancora la scena. 
Per la prima volta, vengono presentate le analisi radiografiche sulle due opere. Cecilia Frosinini dell’Opificio delle Pietre Dure illustra quelle sulla Klain, ma con una premessa: «Le analisi non possono fornire l’autografia. Nella storia dell’arte corriamo il rischio di una fase positivista in senso negativo: il dato analitico non è una verità di per sé. L’occhio degli storici dell’arte resta fondamentale». Ma i raggi X una certezza la danno: l’opera Klain non presenta pentimenti. Dagli infrarossi risultano sottilissime linee grafiche, tracce di disegno. Ma l’autore aveva già bene in testa la sua composizione. Come accade, in generale, alle copie. Per la Maddalena Gregori, che contende alla Klain il titolo di “originale”, il discorso cambia. Qui i ripensamenti ci sono. E si sa che Caravaggio non usava disegni preparatori. La spalla destra della santa, ora nuda, era in una prima stesura coperta dalla camicia e il manto rosso era più esteso nel margine sinistro della tela. Claudio Falcucci, ingegnere nucleare, che ha raccolto con Rossella Vodret la diagnosi su 35 quadri certi di Merisi (22 conservati a Roma) è serafico: «La scienza non può dare una risposta certa. Ma nel caso della Maddalena Gregori le modifiche all’idea di partenza sono abbastanza evidenti e non ci sono elementi che contrastano con la prassi di lavoro utilizzata da Caravaggio nei dipinti realizzati dopo la fuga da Roma, nel 1606». 
Insomma, anche gli infrarossi dicono che la Maddalena potrebbe essere proprio quella che Caravaggio portava con sé sulla barca, nell’ultimo viaggio conclusosi con la morte a Porto Ercole il 18 luglio 1610. «Due San Giovanni e la Maddalena» erano i soggetti descritti da Diodato Gentile, vescovo di Caserta, in una lettera a Scipione Borghese datata 29 luglio 1610. Il cardinale collezionista riuscì a mettere le mani solo sul San Giovanni, che è ancora oggi nella Galleria romana con altri cinque Caravaggio. «Dai rilievi sul pigmento del San Giovanni risultano infatti sali marini - precisa la direttrice della Borghese Anna Coliva - il dipinto è stato a contatto col mare». Con quale Maddalena: la Klain o la Gregori? «Sono due opere di qualità altissima. Caravaggio non replicava quasi mai le sue opere, ma questo potrebbe essere un caso eccezionale». Mentre le analisi tecniche mostrano una distanza tra le due Maddalene, gli storici dell’arte, almeno durante il convegno, preferiscono non esporsi in maniera netta. Nel 1998, i proprietari della Klain avevano offerto il quadro - già sottoposto a vincolo - allo Stato italiano per 10 miliardi di lire. Nel 2002 il comitato di settore del ministero dei Beni culturali respinse l’acquisto con una relazione di Rossella Vodret che non riscontrava «elementi per confermare l’autografia caravaggesca». La scoperta di Mina Gregori del 2014 ha dato ragione a quella cautela. La proprietà e la collocazione del nuovo quadro entrato della storia dell’arte restano, però, ufficialmente un mistero. Oggi gli studiosi francesi presenti all’Istituto italiano di cultura, a partire dall’ex direttore del Louvre Pierre Rosenberg, preferiscono il no comment sull’attribuzione. Gianni Papi, che a Caravaggio ha dedicato decine di studi, è sicuro che la Maddalena sia stata dipinta a Napoli nel 1610. Passa in rassegna con le slide una decina di copie, a partire da quelle del fiammingo Louis Finson che riprendono il soggetto Gregori con la croce e il teschio assenti nella Klain: «Chissà, magari Finson stesso si accaparrò il dipinto e lo replicò più volte in Francia del sud, dove il culto della Maddalena era diffusissimo». «La Klain è di Finson», ribatte Silvia Danesi Squarzina. Ma la Caravaggeide offre altre trame: «Sono ancora da ritrovare le quattro storie della Passione che Caravaggio dipinse a Messina», ricorda Papi. E di svolte improvvise, tanto per tacere sul mistero della Natività rubata a Palermo nel 1969, rischiano di essercene ancora: «Il ritratto di Fillide, la cortigiana modella di Caravaggio, più che distrutto a Berlino nel 1945, potrebbe essere nei caveau russi», sostiene Danesi Squarzina. E la dubbia Giuditta che taglia la testa di Oloferne, scoperta a Tolosa nel 2016, non è più vincolata dallo Stato francese. Restaurata ed esposta nell’atelier parigino del mercante Eric Turquin, aspetta di fare colpo sul mercato e di far riparlare di sé. Perché la vera maledizione di Caravaggio è questo suo essere sempre in bilico tra la realtà estrema dei suoi quadri e la strepitosa fiction che il tempo gli ha costruito su
(fonte: la Repubblica, 10 gennaio 2018).

"A proposito di un dipinto siglato ‘M.M. f.’. Ancora sui 'doppi' e le copie da Caravaggio e qualche equivoco su Prospero Orsi", di Nicosetta Roio



M.M. (Michelangelo Merisi Mario Minniti Maurizio Marini) 

Il tema dei “doppi” e delle copie da Caravaggio è tra i più affrontati dagli studi moderni, Mario Minniti. al contrario delle fonti seicentesche che l’hanno quasi del tutto ignorato; eppure quel tipo di produzione sembrerebbe essere stata piuttosto fiorente, a giudicare dal consistente numero di opere gradualmente riemerse dall’oblio. Il più antico tra gli storiografi del Merisi, Giulio Mancini, testimonia come nel 1607 circolassero già copie anonime da suoi dipinti. Se è risaputo che la maggior parte delle copie da Caravaggio furono prodotte tra il 1610 e il 1640 circa, dunque più o meno a partire dall’epoca della drammatica scomparsa del maestro fino alle prime avvisaglie dell’arte barocca, non si sa però con certezza quando prese avvio questa pratica, che pare a lui non fosse del tutto gradita, per lo meno dopo la sua consacrazione ufficiale sulla scena artistica romana: lo si deduce, per esempio, dalle deposizioni nel famoso processo per diffamazione intentato da Giovanni Baglione nel 1603, quando il Merisi usò il verbo “impiastricciare” riferito a Mao Salini, un termine spregiativo utilizzato a quei tempi proprio per “bollare chi, incapace di vera creatività, fa copie e falsificazioni”. 
Ancora il Mancini ricorda che nei primi poverissimi tempi romani Michelangelo da Caravaggio fece “copie di devotione” per “Monsignor Insalata” (Pandolfo Pucci) ed è ormai notorio l’impiego del lombardo nella realizzazione di dipinti seriali in diverse botteghe, per quanto modeste, del centro di Roma. Ciò consente di non escludere a priori la possibilità che, almeno nella prima fase romana di estremo bisogno, il Merisi replicasse – per vendere e, dunque, guadagnare qualcosa per sopravvivere – alcune proprie invenzioni di cultura “giorgionesca”: tali erano giudicate nella capitale quelle pitture caratterizzate dal “tonalismo” lombardo-veneto “esportato” da Michelangelo in un’Urbe dominata dalla cultura post-raffaellesca, artificiosa ed elegante, del futuro “Cavalier” d’Arpino. E’ inoltre razionalmente assai probabile che pure qualche suo compagno di lavoro possa essersi cimentato nella replica di insoliti soggetti figurativi come il “Mondafrutto”, il “Ragazzo morso dal ramarro”, quello con caraffa di rose, ecc., ricordando che ognuna delle redazioni note è stata accettata o rifiutata a seconda delle interpretazioni tecniche e critiche di ciascuno studioso intervenuto sull’argomento, al contrario di altre composizioni del Caravaggio replicate con più significative varianti e accettate come autentiche senza riserve: si vedano ad esempio la Buona ventura e la Cena in Emmaus, mentre la questione della “doppia” redazione del Suonatore di liuto è più contestata dal momento che negli ultimi tempi non tutti gli studiosi sembrano più credere all’autografia del Merisi per la versione già Wildenstein. 
Certo è che, fino al tragico omicidio di Ranuccio Tommasoni del 1606, non erano ancora moltissime le repliche da Caravaggio in circolazione: ad esse è stato spesso associato il nome di uno dei più stretti amici del maestro lombardo, Prospero Orsi, detto delle Grottesche. Definito romano sia dal Mancini che da Giovanni Baglione, quest’ultimo fu più precisamente di famiglia viterbese (di Stabia, oggi Faleria), certamente non di Brescia, come talvolta viene ancora detto, a causa della omonimia del tutto parziale con lo scultore – parimenti attivo nella capitale – Prospero Antichi detto, appunto, il Bresciano. Ma non è questo l’unico fraintendimento che aleggia intorno alla personalità dell’Orsi: in attesa dello studio monografico su questo artista annunciato da Riccardo Gandolfi, poche sono attualmente le certezze sulla sua attività prettamente pittorica, per lo più legata alle decorazioni a grottesche (non a caso gli fu affibbiato proprio quel soprannome), una specialità artistica ben poco considerata [...]

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Intervista a Vittorio Sgarbi: Caravaggio? Mai fatto doppi e la diagnostica non serve a niente”

[...] – Visto che lo abbiamo nominato, vorrei sapere tu cosa pensi degli sviluppi che stanno prendendo gli ultimi studi sull’opera del Caravaggio, che sembrano prediligere le indagini scientifiche e diagnostiche su supporti, mestiche, colori ecc e che hanno portato a mostre, pubblicazioni e convegni di vario tipo (l’ultimo in ordine di tempo dal titolo “Art from inside. La diagnostica per immagini applicata al Patrimonio culturale” si tiene alla città della Scienza a Napoli il 20 novembre. NdA).
 R: La diagnostica? Fu quella che consentì di affermare che le pietre di Modigliani erano buone; vuol dire che se ti metti nelle mani di un chimico, di un diagnostico per l’appunto puoi arrivare a dire esattamente il contrario del vero; quindi personalmente non alcuna fiducia in ciò che è legato a questa dimensione; si fanno comitati scientifici, tavoli scientifici come se questa parola, ‘scientifico’, fosse una sorta di alibi atto a giustificare qualunque errore o la mancanza di impegno professionale. Prendi il Cenacolo di Leonardo, dove come sai non possono entrare a vederlo più di cinque sei persone o giù di lì, perché altrimenti i fiati, la polvere, i rumori …Tutte balle, costruite per creare il mito dello scienziato del restauro e della tutela, che è una categoria totalmente fasulla e che sostituisce alla capacità di conoscenza storica e visionaria degli occhi – che è quella dei grandi conoscitori – una macchina in grado di trovare una serie di elementi che portano perfino ad una attribuzione, in alternativa alla intelligenza, alla scelta, agli accostamenti, che solo un uomo può fare con la sua mente. 
– Dunque sei totalmente contrario? 
R: Totalmente, sono cose che possono essere utili solo ed esclusivamente come ancelle sussidiarie: l’opinione di un critico avveduto diventa spesso verità, mentre la verità della diagnostica resta sempre un’opinione. 
– E allora come pensi si possa sciogliere questo enigma sulle opere ‘doppie’ di Caravaggio, laddove cioè due dipinti uguali si contendono – con buone ragioni spesse volte – l’autografia caravaggesca? 
R: Mi chiedi dei ‘doppi’ di Caravaggio, ma io in realtà non credo che Caravaggio replicasse, tanto è vero che ogni qualvolta è emersa un’ opera ritenuta replica di un’altra già nota del maestro essa è apparsa sempre imparagonabile con quella già conosciuta, o viceversa, quella riemersa è migliore e più credibile di quella che si conosceva; per me Caravaggio non ha mai fatto copie e quando esce un dipinto identico ad un altro secondo me non è suo, perché credo che non avesse proprio tempo per fermarsi ad elaborare una seconda opera una volta terminata la prima, dal momento che quell’idea di pittura è interna ad una logica inventiva così rapida e direi quasi rapinosa che non glielo consentiva. 
– Ed allora molti di questi quadri in dubbio di legittimazione caravaggesca? 
R: Si tratta secondo me di espedienti per cercare di allargare il mercato con opere che qualcuno tenta di legittimare e che magari sono parzialmente in dubbio di autenticità [...]

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La "Natività" di Caravaggio reinterpretata dal pittore spagnolo Santiago Ydáñez, in mostra all'oratorio di San Lorenzo a Palermo


Si inaugura venerdì 16 novembre alle ore 19,00 in Oratorio di S. Lorenzo la mostra di Santiago Ydáñez, organizzata dall’associazione Amici dei Musei Siciliani in collaborazione con l’Istituto Cervantes. 
A quasi cinquant’anni dal furto della Natività di Caravaggio, e a breve distanza dal “ritorno” dell’opera sotto forma di riproduzione 'hi tech', la tela dell’artista lombardo appare nuovamente nell’Oratorio di San Lorenzo nell’interpretazione che ne dà il pittore spagnolo Santiago Ydáñez. 
L’artista non è nuovo a questo genere di interventi: lo testimoniano le tre versioni di un’altra tela caravaggesca, il Martirio di San Pietro della cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo a Roma, e da ultimo la sua rilettura degli affreschi della Villa di Livia attualmente esposti al Museo Nazionale Romano. La sua versione ad acrilico su tela della Natività, che fronteggerà l’immagine dell’originale fino al prossimo 16 dicembre 2018, si caratterizza per la fedeltà nella riproposizione delle misure e delle linee generali del dipinto seicentesco, da cui si distanza tuttavia per la libera pennellata di Ydáñez. 
Alla compattezza delle forme caravaggesche, scolpite nel buio da una luce tagliente, si sostituisce cosí una visione sfaldata, che ricorda peraltro certi esiti già seicenteschi della ricezione di Caravaggio (un nome per tutti: Giovanni Serodine). Punto focale di entrambe le Natività è la figura del Bambino, il solo brano in cui Ydáñez si distanzia nettamente dal prototipo, attraverso il ricorso al non-finito. In questo Bambino che non c’è si può scorgere un’allusione all'assenza dell’originale di Caravaggio, ma ancor più la volontà di evidenziare la natura di organismo vivente dell’opera d’arte, che ha una sua natività e cresce per stadi successivi fino a raggiungere (o a non raggiungere, come in questo caso) il suo assetto definitivo. 
Dopo essersi confrontato con il San Pietro di Santa Maria del Popolo, Ydáñez torna dunque a reinterpretare Caravaggio: ma questa volta il dialogo è con un fantasma, con un’opera che, nella sua assenza, è presente quant’altre mai nell’immaginario collettivo di un Paese e di una regione come l’Italia e la Sicilia, gremiti di fantasmi e di misteri irrisolti. 

Vernissage Venerdì 16 Novembre ore 19.00 La mostra sarà visitabile fino al 16 Dicembre Ogni giorno dalle 10.00 alle 18.00

(fonte: comunicato stampa)

Copia d'epoca del "San Francesco in meditazione" di Caravaggio in asta



Una copia di collezione privata romana del San Francesco in meditazione di Caravaggio, è sul sito d’asta Bonhams e sarà battuta il 4 luglio a Londra. Il dipinto sarà visibile fino a quella data presso la sede capitolina della casa d'aste (via Sicilia, 50).
La Soprintendenza alle Belle Arti italiana considera il quadro di importanza nazionale e richiede che resti in Italia; pertanto non potrà essere esportata fuori dall'Italai.
Alle copie del San Francesco in meditazione – oltre a quella in oggetto, vi è un'altra conservata presso Castell'Arquato – è dedicato un articolo di Mario Marubbi negli atti delle giornate di studio "Caravaggio e i suoi" (a cura di Pierluigi Carofano).


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"Riemerge una 'Vocazione di San Matteo' ispirata a Caravaggio. Ma su personaggi e ruoli non ci sono dubbi", di Emilio Negro


Reinterpretando le due celebri strofe dell’Amleto di Shakespeare (“There are more things in heaven and earth, Horatio/ Than are dreamt of in your philosophy”, 1600 ca.), si potrebbe dire che i dipinti eseguiti dagli anonimi seguaci di Michelangelo Merisi da Caravaggio siano più numerosi di quanti ne possano immaginare gli estimatori di quella affascinante corrente artistica. Tanto è vero che capita spesso di vederne riprodotti diversi di cui si ignorava l’esistenza. Accade altre volte di ammirarli de visu sulle pareti delle case-museo di collezionisti che hanno scelto di dedicare parte delle loro risorse e del tempo libero all’acquisizione, alla salvaguardia e allo studio di tale coinvolgente genere di pittura. Alla geniale inventiva di questi maestri quasi del tutto dimenticati o totalmente sconosciuti, Gianni Papi ha dedicato opportunamente una pubblicazione dal titolo azzeccato quanto accattivante: Il genio degli anonimi. 
Succede di rado di riuscire a collegare un’opera caravaggesca al nome di un pittore citato dalle fonti storiche o dai documenti e, ancora più raramente, accade di imbattersi in uno di quei dipinti siglati e datati; ma raramente non significa mai, e perciò può capitare di scoprire un’inedita Vocazione di San Matteo, che rielabora con innegabile originalità la più celebre versione eseguita da Michelangelo Merisi nella chiesa romana di San Luigi dei Francesi (1600 ca.): si tratta di un olio su tavola di castagno di cm 90 x 67, in buono stato di leggibilità nonostante la vecchia rottura in due parti del supporto ligneo e qualche abrasione della superficie pittorica dovuta ad antiche puliture.
“HARRODS DEPOS./ BARNES S W 13/ LADY NINA KNOWLES/ Depos. N. 719/ Recieved 10 10 36”, è l’iscrizione leggibile sull’etichetta incollata nel verso della tavola, grazie alla quale si può risalire almeno fino all’ultima parte della sua complessa vicenda collezionistica. La targhetta testimonia infatti che nell’autunno del 1936 la nostra Vocazione di San Matteo si trovava presso la sede londinese di un noto edificio per lo stoccaggio delle merci: l’Harrods Furniture Depository, ancora esistente tuttora sulla riva sud del Tamigi, sebbene trasformato in un centro residenziale. A lasciarla in consegna al capiente magazzino era stata la legittima proprietaria, Lady Nina Geraldine Knowles (1884-1951), nata Ogilvy Grant e vedova di Sir Lees Knowles, i cui ritratti fotografici scattati da Alexander Bassano, sia in divisa da crocerossina, sia in abiti borghesi, fanno parte della collezione della National Portrait Gallery di Londra. 
Lady Nina fu una generosa nobildonna inglese che donò la Turton Tower alla comunità di Chapeltown (North Turton, Lancashire) ed un dipinto attribuito a Jan Brueghel il Vecchio al Salford Museum and Art Gallery. La sua ragguardevole biografia sembra uscita da una sceneggiatura scritta da Julian Fellowes, l’autore della fortunata serie televisiva Dowton Abbey: sposò Sir James Lee Knowles, eccellente atleta ed esponente di spicco del partito conservatore, si interessò di politica e assistenzialismo, mentre altre opere d’arte di sua proprietà furono vendute in asta nel corso degli anni. 
Anche questa Vocazione di San Matteo è stata ambientata presso il banco della gabella della città di Cafarnao, in Galilea, poiché secondo la tradizione evangelica Matteo vi lavorava come esattore. Il futuro santo è da riconoscere nell’uomo maturo con la bilancia che, all’oscuro di quanto sta accadendo, valuta le monete imitando in siffatto modo l’invenzione del Caravaggio nella grande tela di San Luigi dei Francesi. Tra i personaggi riconoscibili intorno a lui, si nota innanzitutto San Pietro che sta alle spalle di Matteo e lo indica con la destra, vediamo poi il suo giovane aiutante col registro dei pagamenti, intento ad osservare perplesso la scena; non manca infine una donna anziana dal volto rugoso, del tutto somigliante alle vecchie ritratte dal grande maestro lombardo, impegnata a guardare di sottecchi il Salvatore che con un lieve cenno della mano chiama a sé il discepolo: secondo il Vangelo, Gesù si limitò a pronunciare la sola parola “seguimi!”, in risposta alla quale Matteo si alzò e ubbidì. Sono rimarchevoli anche gli oggetti sparsi sul panno verde steso sopra al tavolo, che costituiscono una natura morta composta dal sacchetto contenente i denari delle riscossioni, dalla cassettina col necessaire da cambiavalute, un calamaio, rotuli di carta, un registro e alcune monete [...]

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Regalata al Papa una copia della "Vocazione di san Matteo"


Un dipinto molto amato da Papa Francesco è la “Vocazione di San Matteo” del Caravaggio che si trova nella chiesa di san Luigi dei Francesi, tappa preferita dell’allora cardinale Bergoglio nelle sue visite romane. Stamani, a Casa Santa Marta, prima dell’udienza generale, Francesco ha ricevuto in regalo una copia del capolavoro di Merisi realizzato per l’occasione dalla Bottega Tifernate di Città di Castello, in provincia di Perugia, e donata dal suo fondatore Stefano Lazzari, ricevuto insieme ad una delegazione di vertici di Sky e di Vatican Media che insieme hanno lavorato nel film: “Caravaggio, l'anima e il sangue”. La copia è stata realizzata con una speciale tecnica detta "pictografia" (link) e sarà esposta al Collegio Santa Marta (link).
Al pontefice era stata di recente regalata dalla Commissione parlamentare antimafia, nella persona del suo presidente Rosy Bindi, una copia della "Natività" di Palermo, realizzata dall'artista di Sciacca Calogero Termine (link).

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"I bari" e la "Conversione di Saulo": i due nuovi murales di Ravo, a Londra e a Covo (BG)



Nell'ambito del suo progetto “Recupero del Classicismo del contemporaneo”, con cui si propone di trasformare il mondo in un’immensa galleria d’arte a cielo aperto riproponendo i grandi capolavori del passato e rendendoli accessibili a quante più persone possibile, l'artista Andrea 'Ravo' Mattoni ha realizzato due nuovi murales di dipinti di Caravaggio.
Si tratta de I bari, nei pressi della stazione londinese della overground di Haggerston e della Conversione di Saulo Odescalchi, a Covo in provincia di Bergamo.

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"Il Caravaggio scomparso riemerge in un’antica litografia di Philippe Benoist", di Michele Cuppone

Scoperta la più antica riproduzione dell'oratorio di San Lorenzo a Palermo, noto perché custodì la Natività di Caravaggio fino al 1969, anno in cui fu rubata. Si tratta di una litografia ottocentesca di Philippe Benoist

La litografia Eglise de la Compagnie de St. Laurent/Chiesa della Compagnia di San Lorenzo, di Philippe Benoist (part.)



È la più antica riproduzione dell’oratorio di San Lorenzo a Palermo. Una bella riscoperta se, risalente a metà Ottocento, se n’era persa memoria. E a ragione, tenendo conto che fu pubblicata in un’opera bibliografica di fatto oggi irreperibile: si tratta della serie L’Italie Monumentale & Artistique. Vues et Monuments Dessinés d’après nature par Ph. Benoist et lithographiés aux deux crayons par Bachelier, Ph. Benoist, et Jacottet. Essa uscì a dispense tra 1845 e 1852, per gli editori parigini Bulla e Delarue, e volumi come questi prima o poi venivano smembrati per venderne le singole immagini impresse su ogni pagina. Ecco dunque che la Chiesa della Compagnia di San Lorenzo, così denominata nell’imprecisa didascalia bilingue, è stata appena acquisita sul mercato antiquario messinese per poi ora tornare felicemente in esposizione nel luogo dove fu concepita. 
Dell’autore Philippe Benoist, che si dedicò con esiti brillanti alla tecnica litografica illustrando “dal vero” monumenti e vedute nei suoi numerosi viaggi, è significativo sapere che fu allievo del padre della fotografia Daguerre. E meticolose appaiono appunto le sue riproduzioni, come si vede bene dall’interno dell’oratorio palermitano. Una scena, questa, che permette di tornare indietro nel tempo, nell’ambiente rimasto sì pressoché immutato da allora, ma vivacizzato dalla presenza in abiti dell’epoca di popolani e degli stessi artisti intenti a copiare. Per quanto inconcepibile oggi, fa persino sorridere sul lato destro il cagnolino in riposo sulle preziose panche intarsiate con avorio e madreperla. Dalla parte opposta, addossato alla base dell’arco trionfale, un vecchio modello di confessionale.
Estratta dalla sezione “Royaume de Naples” de L’Italie Monumentale, la litografia fu esposta nel 1848 allo storico Salon de Paris e risulta registrata al deposito legale nel maggio 1847. Già assente pertanto l’affresco della volta dei fratelli Giacinto e Domenico Calandrucci (1706-1707), crollato nel 1823 per un terremoto. Sono invece documentate alcune delle statuine, vandalicamente asportate anni fa, dei “teatrini” in stucco di Giacomo Serpotta con le storie dei santi Lorenzo e Francesco (1700-1705).
Per di più, cronologicamente successiva alle sue due copie antiche note (una a Catania e l’altra già in collezione Federzoni), Benoist ci restituisce una sorprendente riproduzione della Natività che Caravaggio dipinse nel 1600. Benché, nelle sue dimensioni ridotte e nella penombra del presbiterio, essa sia necessariamente stilizzata e con qualche ‘licenza’: forse mal interpretando lo sfondo scuro o comunque per questioni legate alla leggibilità dell’opera, il soffitto della capanna diventa un cielo con nubi. 
Su questa tenue immaginetta, tutto converge prospetticamente e si concentra l’attenzione dei tanti cultori del grande lombardo. Con l’auspicio che, ora che si è tornati a investigare sul furto avvenuto nel 1969, come questa litografia anche la Natività un giorno possa fare rientro a casa [...]

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Il 'fac-simile' della Natività di Caravaggio: una "ferita aperta"? Le diverse opinioni di Franco Luccichenti e Mario Ursino

'Entusiasmo' e perplessità sulla collocazione nell'oratorio di San Lorenzo a Palermo di una riproduzione innovativa della Natività di Merisi. Per la quale, tuttavia, nemmeno si può parlare di "copia perfetta" o "fatta con la massima cura": vedi quanto già osservato su ArtItalies 2017 (link) - in particolare, sull'erronea interpretazione di taluni dettagli, sul mancato utilizzo di parte della documentazione fotografica disponibile, su alcune scelte deliberate di modificare il contrasto dell'unica foto a colori presa a riferimento



Ferita aperta, di Franco Luccichenti

Andrea Purgatori su Atlantide (La7) ha dedicato parte della interessante puntata di qualche giorno fa su Caravaggio al misterioso furto della Natività avvenuto nella chiesa di S Lorenzo a Palermo il 18 ottobre del 69. Purgatori ha parlato nella trasmissione della scelta di inserire una copia perfetta nel vuoto lasciato nell’oratorio della chiesa dall’opera perduta e della estrema difficoltà tecnica di “ricostruire ” la pala di Caravaggio. La scelta a suo tempo è stata ampiamente dibattuta ma vedere Atlantide mi ha portato ad alcune considerazioni. 
E’ giusto cancellare una assenza drammatica rappresentata dalla sparizione fisica dell’originale e riempire un VUOTO di alto valore simbolico con una maschera perfetta? 
La materia dell’originale è conseguenza di un atto creativo complesso e misterioso emerso dalle profondità dello spirito e da una densità culturale personale e meravigliosa. La maschera sostitutiva è figlia invece di una complessità tecnica messa a punto da tecnici anche se abili e sensibili. A me sembra che la sostituzione abbia apparentemente rimarginato la ferita rappresentata dalla vuota cornice dell’oratorio dove era collocata la pala. In realtà la ferita non guarirà fino al ritrovamento dell’opera e il simulacro ora esposto in un certo senso nasconde la gravità della sottrazione mascherando appunto il vuoto che doveva rimanere come ricordo e simbolo della stupidità umana. Oggi, dopo tanto tempo, uno strano gioco di specchi tra la copia e l’originale perduto fa abitare l’oratorio di S. Lorenzo a Palermo da una estraniante, densa melaniconia. L’oblio incombe sul drammatico furto (fonte: About Art online).



Punto di vista. Gli originali e le copie, di Mario Ursino

È legittimo porre una copia dove prima figurava l’originale? Direi di sì, e le ragioni sono ogni volta di natura diversa: preservare l’originale da atti vandalici, oppure per ragioni conservative o di restauro, o ancora per motivi di musealizzazione e di studio. Certo ha ragione Franco Luccichenti a dire che la copia del Caravaggio collocata nell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo sta a ricordare una “ferita aperta”. Ma la vera ferita, a mio avviso, è nella perdita del famoso originale, poiché la Natività, dopo quarantotto anni, o è andata distrutta o è stata sezionata in più frammenti, e quindi difficilmente recuperabile. Se l’opera fosse ancora integra, la Mafia avrebbe avuto certamente modo di sbarazzarsene, sia pure con l’espediente del “ritrovamento” (leggi dietro riscatto).
Tuttavia, “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica …” (W. Benjamin) ha raggiunto oggi risultati di altissima definizione, come lo straordinario fac-simile delle Nozze di Cana del Veronese, realizzato dall’artista britannico Adam Lowe, e collocato nel 2007 nel Refettorio di San Giorgio Maggiore, oggi della Fondazione Cini. L’opera figura egregiamente al posto dell’originale che si trova al Louvre e che è inimmaginabile possa ritornare a Venezia. Va ricordato tra l’altro che i veneziani all’epoca, vedendosi negata la restituzione di quel capolavoro sottratto da Napoleone per punire la fedeltà della città all’Austria, chiesero ai francesi in sostituzione un’opera di pari dimensioni, cosa che è avvenuta e oggi all’Accademia di Venezia è conservata una bellissima tela di Charles Le Brun (1619-1690), Maria Maddalena ai piedi di Gesù, opera considerata uno dei capolavori dell’artista francese, ma che certo non ha, almeno da noi, la stessa notorietà delle Nozze di Cana del Veronese. 
In definitiva, fin dai tempi antichi, la copia di qualità ha avuto sempre grande valore: non conosceremmo gli originali greci perduti se non attraverso le repliche di età romana. Questo per dire che la riproduzione della Natività del Caravaggio sarà stata fatta con la massima cura, usando le tecniche più innovative, non solo per colmare l’orribile vuoto sull’altare di San Lorenzo, ma anche per restituire ai fedeli nel luogo sacro un’opera collocata lì per devozione (fonte: About Art online).

Conferenza di Pierluigi Carofano "Quadri caravaggeschi in cerca d'autore", il 13 aprile a Roma




Il passaggio in asta di un’opera d’arte di rilievo rappresenta una preziosa occasione per poterla ammirare e commentare dal vivo. A tal proposito venerdì 13 aprile alle 18, presso Bertolami Fine Arts in piazza Lovatelli a Roma, si terrà la conferenza di Pierluigi Carofano "Quadri caravaggeschi in cerca d'autore", con interventi di Pietro di Loreto e Luca Bortolotti.
Tra i dipinti ospitati in questi giorni a Palazzo Caetani Lovatelli in vista delle prossime aste di maggio, vi sono due notevoli tele di ambito caravaggesco che da anni suscitano l’interesse degli specialisti di settore – tra cui l’affascinante Apollo e un’antica copia dei Bari di Caravaggio definita da Roberto Longhi “la migliore da me vista”.
Sono bellissime opere in cerca d’autore e per le quali sono stati già avanzati nomi come Tommaso Salini ('nemico' di Caravaggio) e il Maestro di Baranello. È stato chiesto a un noto specialista di pittura caravaggesca, Pierluigi Carofano, di ricostruirne l’intricata storia attributiva e di aiutare a capire come si arriva a un’attribuzione. 
Seguirà un aperitivo.

Info e prenotazioni:
06 3218464 – 06 32609795 – 345 0825223