Il blog CARAVAGGIO400, fondato nel 2009 da Massimo D'Alessandro e Nicoletta Retico in occasione del quarto centenario della morte di Michelangelo Merisi da Caravaggio, ha l'intenzione di attivare e creare un punto di approfondimento e discussione sull'opera di uno dei più grandi maestri della pittura seicentesca di cui far conoscere principalmente la sua opera e la sua arte ancor più che la sua vita e biografia, su cui troppo spesso si è concentrata l'attenzione dei media trascurando l'innovazione e il genio del grande pittore. Invitiamo tutti gli studiosi, appassionati e chiunque voglia dare un suo contributo ad inserire commenti e inviare segnalazioni a questo blog.




A cura di Michele Cuppone, Massimo D'Alessandro e Nicoletta Retico (pagina Fb a cura di Claudio Ferranti )

30 mar 2020

Chi è il vero Matteo nella Vocazione di Caravaggio? La risposta di Sara Magister. Intervista a cura di Andrea Lonardo


A Sara Magister, che ha pubblicato l’anno scorso Caravaggio. Il vero Matteo e che è una delle più acute interpreti contemporanee del Merisi e del suo tempo, abbiamo chiesto di sintetizzare in un’intervista i motivi della sua tesi che propone di identificare l’apostolo chiamato dal Cristo, nella tela della Vocazione di San Matteo nella Cappella Contarelli, non nell’uomo barbuto che si erge al centro del tavolo, bensì nel giovane ancora chino sui soldi che è alla sinistra del tavolo.
Intanto vorrei ringraziare mons. Andrea Lonardo per la sua stima, e per il suo interesse sulla questione. Concordo pienamente con lei sul fatto che Caravaggio sia stato uno dei più profondi interpreti della Chiesa Tridentina, e che è proprio grazie a questa Chiesa se sono stati prodotti i migliori capolavori dell’arte del suo tempo, inclusi i suoi. Sono quindi ben contenta di aver contribuito con nuove argomentazioni e prove concrete al sostegno di questa tesi, perché studiando il contesto e le motivazioni per cui fu realizzato il ciclo Contarelli, è emersa la volontà di fare dell’esemplare vita di Matteo una potente pastorale per immagini, destinata soprattutto ai pellegrini del Giubileo del 1600, e incentrata sui temi nodali della fede cattolica: la conversione, il perdono dei peccati, la sacralità della Bibbia, la centralità dei sacramenti nella salvezza. E così, per coinvolgere al meglio gli spettatori in questi significati, e per farli sentire vicini alla figura di Matteo, Caravaggio ha trasportato la vicenda del santo nelle strade della Roma del suo tempo, e soprattutto ha orientato la composizione delle sue storie in diagonale, per raggiungere anche chi le guarda dal di fuori della cappella. Che è poi la gran parte del pubblico, essendo quella una cappella privata.

Lei ha indagato innanzitutto sul fatto che Caravaggio rompa con una visione centralizzata del dipinto, anticipando così le modalità dell’arte barocca che stava nascendo in quegli anni. Ci può spiegare meglio?
In effetti l’orientamento diagonale che spesso Caravaggio conferisce alle sue composizioni è un tema nodale, e fondamentale per la comprensione della loro sequenza narrativa, della funzione e identità dei personaggi messi in campo, e quindi del loro significato. Ma questa strategia comunicativa non è stata ancora presa in sufficiente considerazione dalla critica, con conseguenze interpretative non irrilevanti. Forse perché la gran parte della critica è abituata a studiare le opere con l’ausilio delle fotografie - che sono ovviamente tutte prese da una posizione frontale e centrale rispetto alle tele – senza guardarle in loco. O forse anche perché siamo talmente abituati a vedere i quadri nei musei, che ci aspettiamo automaticamente una loro organizzazione compositiva classica, centralizzata sul centro geometrico dello spazio pittorico. Ma le cose non stanno sempre così, specie per l’arte barocca.
Di fatto Caravaggio orienta sempre le sue tele tenendo in considerazione lo spazio, l’illuminazione e soprattutto il punto di osservazione reale del pubblico per il quale erano destinate. Le opere pubbliche del Merisi furono tutte realizzate per essere collocate in cappelle private. Ma chi poteva entrare in quelle cappelle? Solo poche persone, come gli eredi del personaggio lì seppellito, e solo saltuariamente. Ma allora, se quelle tele dovevano anche essere funzionali al pubblico generico che le guardava dal di fuori della cappella, come coinvolgerlo nelle storie raccontate? La soluzione del Merisi fu geniale, e in effetti anticipa l’arte Barocca, anche se ha autorevoli precedenti nei grandi del Rinascimento (cfr. la volta della cappella Sistina di Michelangelo): orientare le sue composizioni in diagonale, verso il punto di osservazione reale e non ideale dello spettatore. Anche se non è un punto di vista “comodo”.
Questo è il motivo per cui le due tele laterali Contarelli realizzate tra il 1599 e il 1600, ossia la Vocazione e il Martirio di Matteo, hanno due orientamenti compositivi e luministici opposti. La Vocazione procede secondo un’azione che parte da destra, ossia da Gesù che è al limite destro della tela, e si conclude sul lato opposto, ossia sul ragazzo chino sui soldi, che è poi quello più vicino al lato dello spettatore. Il Martirio invece piomba tutto da sinistra verso destra e, per quanto il martire Matteo sia più o meno al centro della tela, in realtà l’azione si conclude nella figura di spalle nell’angolo a destra in basso, spinto verso l’esterno del quadro proprio nel lato della tela più vicino allo spettatore che la guarda dalla balaustra. La pala d’altare, realizzata nel 1602 invece ha una composizione ovviamente frontale e centralizzata, ma vista dal sotto in su, perché è sopraelevata rispetto all’occhio dello spettatore che la guarda da una posizione più bassa.
Anche la luce principale che illumina le tre tele segue lo stesso andamento appena espresso. Nella Vocazione, ha origine dal lato di Gesù e, dopo essersi aperta un varco tra tutti gli altri personaggi, si va a incuneare proprio sulla mano, sulla fronte e sulle spalle del ragazzo chino sui soldi. Nella pala d’altare invece la luce procede da sinistra verso destra, per poi continuare con lo stesso andamento nel Martirio. In questa maniera i tre momenti della storia sono collegati tra di loro, e le opere sembrano volere fuoriuscire dallo spazio a loro riservato, per andare incontro allo spettatore generico, che non ha il privilegio di entrare nell’area privata della cappella. A riprova di quanto dico, posso testimoniare che guardando invece le tele dal centro della cappella, come mi è stato concesso di fare, scompaiono completamente la percezione della profondità e delle proporzioni messe in atto dal Merisi, che si possono apprezzare a pieno solo se si torna nella posizione visiva da lui prevista, ossia quella dall’esterno della cappella.
Il comprendere l’importanza dell’orientamento di queste e altre tele pubbliche del Merisi fa molto la differenza nella loro interpretazione, perché quello che ci aspettiamo essere al centro della storia, spesso non è al centro della tela, perché magari è invece sul lato. Perché, in una tela pensata per essere vista in diagonale, non è il suo centro geometrico, ma il suo lato, a essere il centro della narrazione! Sembra un gioco di parole, ma se si va a vedere la Vocazione in loco guardandola in quest’ottica, lo si capisce subito. D’altra parte anche Gesù, che è il vero motore di quell’azione, sembra essere posto a “lato”, ma in realtà è all’inizio di una narrazione che genera da lui e termina sul margine opposto della tela, su quel ragazzo chino, il cui silenzio parla più di chiunque altro, e che, di fatto, si trova più vicino allo spettatore.

Questa lettura narrativa della Vocazione di San Matteo appare con evidenza anche in relazione alla prima versione del Martirio di San Matteo così come è possibile ricostruirla dalle radiografie, a motivo della peculiare collocazione della tela nella Cappella?
Sì, grazie alle indagini diagnostiche operate già qualche anno fa e più di recente da Marco Cardinali e Beatrice De Ruggieri, sì è potuta meglio studiare la genesi e il processo creativo di quelle tele [...]

link:


29 mar 2020

"Novità e conferme dalla 'Vita di Caravaggio' di Gaspare Celio", di Clovis Whitfield


La recente pubblicazione della biografia di Caravaggio di Gaspare Celio, (vedi Riccardo Gandolfi, in Storia dell’Arte 151/152, Nuova Serie, 1/2, 2019, p. 137-151) presenta nuove impressioni in base ai suoi ricordi circa l’arrivo a Roma del lombardo e ne conferma altre. È un grande evento aver individuato ed ora pubblicato una prima biografia dell’artista, e mentre stiamo ancora aspettando che esca l’opera completa del Celio (sembra che più di duecento biografie rimangono inedite), questa su Caravaggio è un’aggiunta gradita a ciò che sappiamo del suo arrivo a Roma. Una bozza del testo scritto nel 1614 delle Vite (ma modificata in seguito) è la prima biografia, a parte la menzione nel racconto di Carel van Mander sull’artista derivata dal suo corrispondente a Roma (1600/1601), Floris van Dyck. Vi è la conferma del primo incontro di Prospero Orsi e le affascinanti informazioni secondo cui tra i molti luoghi in cui Caravaggio trovò alloggio c’era la sua casa (sopra una taverna nelle vicinanze di Palazzo Barberini), dove lo vide dipingere un liutaio, e che Vincenzo Giustiniani ebbe un ruolo nel garantire il perdono a Caravaggio necessario per tornare a Roma.
In primo luogo Celio chiarisce che Del Monte voleva un giovane pittore “un giovanetto che gli andasse copiando qualunque cosa” che potesse fare alcune copie per lui, e dopo averlo cercato tutto il giorno, Prospero lo trovò addormentato presso la statua di Pasquino, appena dietro Piazza Navona. Il Caravaggio era evidentemente noto per la sua capacità di copiare, e in effetti gli elenchi dell’inventario di Del Monte del 1628 annotano “Un quadro grande della Madonna, e Christo in braccio S. Anna e S. Gioseppe con cornice nera mano del Caravaggio”, e copia di Raffaelle (n. 396 nell’inventario Del Monte del 1628,vedi Z. Wazbinski Il Cardinale Francesco Maria del Monte, Firenze 1994, II, p. 593). Numerose sono le copie da Raffaello negli inventari di Del Monte e di Ottavio Leoni, anch’esse eseguite da Raffaello, come il suo firmato al Louvre “Belle Jardinière” (vedi M.T. Rizzo: Ottavio Leoni pittore (1578-1630) in “Studi romani”, Vol. XLVIII, 1999, p 25, Tav. V). L’immagine è stata registrata l’ultima volta nella Galleria Gustav Cramer, L’Aia. Ottavio fu anche strettamente associato a Del Monte, che lo chiamò suo allievo, e lo mandò a Firenze nel 1599.
Le prime biografie di Caravaggio sottolineano tutte il suo grande interesse per il dato reale, e Celio non fa eccezione. Ci parla del suo modo di ritrarre, e ciò fornisce l’opportunità di una spiegazione su ciò che comportava non solo quando dipingeva ritratti, ma riguardo all’osservazione diretta di soggetti dalla vita. Sebbene questo aspetto della parola ritrarre includesse il tipo di ritratti accurati che faceva Leoni, ad esempio (“girando attorno”), probabilmente con l’aiuto della camera oscura, questo era in riferimento alla fenomenale accuratezza con cui Caravaggio vedeva i suoi soggetti. Essi vennero apprezzati perché registravano come un documento le caratteristiche precise e l’abito dei suoi soggetti. L’espressione non era usata esclusivamente per la ritrattistica ma per in generale per quanto riguardava lavorare dalla vita, dalla natura, dalle persone, dagli edifici, dai paesaggi, dagli animali. Dal racconto di Celio è chiaro che i ritratti che fece per Lorenzo Carli, (dove  incontrò un altro siciliano, Mario Miniti) erano teste di santi piuttosto che ritratti. Secondo l’interpretazione della letteratura moderna, questi ritratti sono perduti o non disponibili per lo studio, (vedi F Cappelletti, Caravaggio, Un ritratto somigliante, 2009, p. 40/41, e nota 126). Si è spesso supposto che la descrizione di Baglione di “alcuni quadretti da lui nello specchio ritratti” all’inizio del suo resoconto della sua carriera romana (Vite, 1642, p. 136),o la menzione di Mancini dei ritratti di Caravaggio per Barberino (Maffeo Barberini) facciano riferimento al significato della ritrattistica realmente intesa, mentre la sua attività era ancora la replica o “la copia dalla vita”. Ciò dovrebbe essere visto come coerente con ciò che Van Mander (1604) riferisce, in uno dei pochi altri resoconti prossimi a quanto Caravaggio disse “Egli dice infatti che tutte le cose non sono altro che bagatelle, fanciullaggini o baggionate – chiunque le abbia dipinte – se esse non sono fatte dal vero, e che nulla vi può essere di buono o di meglio che seguire la natura. Perciò egli non traccia un solo tratto senza star dietro alla natura, e questa copia dipingendo. Questa non è d’altronde una cattiva strada per giungere poi alla meta; infatti di[ipingere su disegni, anche se essi ritraggono il vero, non è certamente la stessa cosa che avere il vero avanti a sé e seguir la natura nei diversi colori; però occorre che anzitutto il pittore sia così progredito in intendimento da saper distinguere  e quindi saper scegliere il bellissimo dal bello.”(Traduzione di S. Macioce, Michelangelo da Caravaggio, Fonti e Documenti, Roma, 2003, p. 309).Celio ci dice che Caravaggio non poteva distrarsi dal solo scopo della ricerca di ritratti e piaceri, dandoci un accenno di questa ossessiva preoccupazione con un’accurata registrazione di informazioni dal vivo [...]

link:


23 mar 2020

"Un po' di chiarezza sul 'ricercato' più famoso", di Giulia Silvia Ghia su The Huffington Post


In questi giorni che ci costringono giustamente a casa, tra le cose che ognuno di noi, credo, si sia ripromesso di fare, c’è quella di leggere quei libri acquistati e rimasti in sospeso nelle proprie librerie.
Fra questi ve ne è uno donatomi dal suo autore, Michele Cuppone, un ricercatore appassionato, letteralmente, alla figura artistica di Michelangelo Merisi da Caravaggio. Devo ammettere che ci vuole coraggio e una grande motivazione per scrivere un ennesimo libro che parli del celebre pittore, dato che le pubblicazioni su questo argomento vanno ormai ben oltre le 3000 unità. Ma dati i comuni interessi di ricerca e di studio e conoscendo la assoluta dedizione di Michele Cuppone, mi sono dedicata con curiosità alla lettura di questo testo.
Caravaggio. La Natività di Palermo. Nascita e scomparsa di un capolavoro (editore Campisano) è un libro inaspettato. E lo si capisce già dai testi introduttivi di Antonio Vannugli e di Richard E. Spear. Non è il solito libro che ripercorre l’attività artistica di Caravaggio e anzi la nota biografica, particolarmente accurata, è lasciata alla fine. Questo volume è un approfondimento su una sola ma importante opera d’arte del Merisi, la Natività di Palermo per l’appunto.
La tela è nota soprattutto per il furto subito nel 1969 che la annovera ancora nella Top Ten Art Crimes, “l’infelice classifica dei 10 furti d’arte più importanti al mondo secondo l’FBI”. La “pratica 799”, per i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale, corrisponde al fascicolo dedicato alle ricerche fatte per il ritrovamento di questo dipinto, purtroppo non ancora avvenuto. Cuppone ne ripercorre l’intera vicenda, presentando particolari rimasti finora inediti. Quindi, sfatando alcune notizie inesatte e conducendo la narrazione come una vera spy story, guida il lettore attraverso le lunghe ricerche per il suo ritrovamento tra nomi altisonanti, processi e confessioni di capimafia, studiosi d’arte e antiquari.
Per arrivare a far comprendere al lettore l’importanza dell’opera e dunque la necessaria e continua ricerca perpetuatasi negli anni, Cuppone parte analizzando il dipinto nei suoi molteplici aspetti, sia dal punto di vista iconografico e iconologico sia da quello storico-artistico.
Il primo capitolo viene infatti dedicato alla nascita del capolavoro, al significato del soggetto narrato e al momento in cui Caravaggio lo realizzò. E qui si legge di un’importante novità sostenuta dall’autore, che lo porta a dimostrare non solo che il dipinto fu realizzato a Roma durante gli anni della Cappella Contarelli, ma che soprattutto il pittore non passò mai per Palermo.
Per confermare la tesi della realizzazione a Roma, Cuppone riporta peraltro i risultati delle indagini diagnostiche eseguite sulla tela in occasione della mostra del 1951 a cura di Roberto Longhi, tenutasi a Milano. Sia nella qualità del supporto, in quanto tipica “tela romana”, sia nella tecnica esecutiva, il dipinto corrisponde pienamente ai quadri prodotti dal Merisi a Roma, fino alla sua fuga nel 1606 a seguito dell’omicidio nei confronti di Ranuccio Tomassoni.
Nel capitolo sugli enigmi caravaggeschi Cuppone ricostruisce la rete di contatti tra Roma e Palermo che portarono alla commissione del dipinto nella prima città e al suo trasporto nella seconda. Un intero capitolo del libro viene dedicato alle copie dipinte della Natività (se ne conoscono almeno due, più una litografia) nonché alle riproduzioni fotografiche e ai filmati in cui l’opera è comparsa. Ho trovato molto interessante che l’autore abbia annotato che, in questi filmati, l’attenzione maggiore sia sempre stata rivolta più alla decorazione dell’oratorio, in stucco, di Giacomo Serpotta, che non al dipinto ivi custodito.
Altri spunti ricostruiti da Cuppone, sono il momento delicato vissuto dalla Natività durante la seconda guerra mondiale nonché i restauri e le mostre cui partecipò, l’ultima delle quali fu la grande occasione espositiva al Louvre, nel 1965. Apprendo dal libro che Il melodramma di stucco, servizio della trasmissione Capolavori nascosti, andò in onda il 1° agosto del 1969, due mesi e mezzo prima della sparizione della tela. L’autore annota un dubbio sorto a seguito del furto; se non fu proprio questa trasmissione a puntare le luci sul dipinto, rendendone note l’importanza, la bellezza, e la fragilità del luogo ove era custodito.
Il libro è uscito a 50 anni esatti dal furto e Cuppone lo chiude con un augurio che condivido pienamente, soprattutto dopo aver letto la sua avvincente storia. Che cioè le indagini investigative per il ritrovamento della tela possano conoscere finalmente una svolta e che presto quindi, il finale di questa vicenda possa essere riscritto.

link:


21 mar 2020

CARAVAGGIO XXI: 21 tableaux vivants dalle opere di Michelangelo Merisi da Caravaggio (versione integrale del video)

Nell'ambito delle iniziative di #solidarietadigitale per aiutare chi è casa ad usufruire di contenuti video in maniera gratuita rendiamo disponibile la versione integrale dello spettacolo teatrale "Caravaggio XXI: 21 tableaux vivants dalle opere di Michelangelo Merisi da Caravaggio" di Ludovica Rambelli per la regia video di Massimo D'Alessandro. #iorestoacasa


Questo lavoro, costruito con la tecnica dei “tableaux vivants”, è di estrema semplicità e insieme di grande impatto visivo. In scena pochi e semplici elementi (stoffe di diverso colore e spessore, oggetti di uso comune) con cui gli attori compongono sotto gli occhi degli spettatori 21 “tele”. I quadri così costruiti, si mostrano come nello studio del pittore; i costumi ed i ricchi drappeggi si formano in pochi istanti grazie all’abilità degli attori che sono insieme modelli, scenografi, attrezzisti della messa in scena. L’azione si immobilizza come in un lampo di luce al magnesio, nell’istante di un gesto “perfetto”, restituendo l’emozione del dipinto. L’estrema correttezza iconografica, la forza espressiva dei corpi e dei volti degli attori nel caratteristico taglio laterale della luce, restituiscono appieno quella “poesia della realtà” che costituisce il segno distintivo dell’opera di Michelangelo da Caravaggio. 

CARAVAGGIO XXI is a work of great visual impact yet extreme simplicity. One show only images and music they can enjoy the entire global audience. Using the technique of "tableaux vivants", the scenes are composed of minimal elements (fabrics of varied colors and texture, common objects) which are used by the actors as they "compose" the 21 canvases in front of the audience. Once constructed, the paintings created the scene that would have appeared in the artists' studio. The costumes and fine drapery are transformed in seconds by the ability of the actors who each take on the role of model, scenographer, costumer and props manager. The action is immobilized as if illuminated by one lone flash of lighting as one moment, one "perfect" gesture brings to life the heart of the painting. The impeccable iconographic precision, the expressive force of bodies and faces in the characteristic lateral "cut" of light, fully bring out the "poetry of reality" which constitutes what distinguishes the works of Michelangelo Merisi da Caravaggio.

Author & theatrical director: Ludovica Rambelli 
Music from Bach, Mozart, Vivaldi and others 
Producers: Stefano Mavilio (ArsTuaVitaMea) & Maria Teresa Pilloni (Studio Blu Production) 
Movie director: Massimo D'Alessandro

19 mar 2020

Il 'Caravaggio' rimane nelle gallerie del castello



Udine, 18 marzo 2020 - Palazzo D'Aronco avrà in comodato d'uso gratuito il San Francesco che riceve le stimmate, attribuito a Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Ieri la giunta ha deliberato di accettare il deposito del dipinto, di proprietà della Parrocchia di Santa Maria Assunta di Fagagna, nelle Gallerie d'arte antica del Castello di Udine dove è già esposto. Il comodato d'uso avrà durata decennale, con possibilità di rinnovo. L'opera è assicurata per 400mila euro (salvo una revisione al rialzo in caso studi futuri, favoriti dal restauro dell'opera quest'anno, rivelino un'autografia caravaggesca certa del dipinto) e la parrocchia di Fagagna ha chiesto che, in caso di prestiti a terzi, sia valorizzata per 1,5 milioni di euro. Il dipinto, in realtà, è custodito nelle Gallerie dei civici musei da più di un secolo, da quando, nel 1911, l'allora prefetto di Udine comunicò al Soprintendente Gino Fogolari il sequestro del quadro - donato nel 1852 al parroco della chiesa Santa Maria Assunta di Fagagna dal conte Francesco Fistulario -, per sospetto di sua alienazione (era stato portato nello studio di un artista che avrebbe dovuto provvedere a un ennesimo restauro) e quindi il suo trasferimento presso i Musei del Castello. Negli anni successivi la parrocchia di Fagagna avanzò ripetute richieste di restituzione della propria tela, rimaste però, con varie motivazioni, inevase. L'opera, negli anni, è stata sottoposta a diversi restauri: nel 1854 se ne occupò il pittore-fotografo, Arturo Malignani, mentre nel 1930 fu inviata a Roma, dove fu restaurata dall'allora ministero della Pubblica Istruzione. I Civici musei, che hanno sostenuto alcuni interventi nel 1989 e nel 2013, hanno anche coperto nel 2014 i costi per una campagna diagnostica completa sul dipinto, in occasione della mostra in Castello Rebus Caravaggio. Il San Francesco che riceve le stimmate di Udine. Con il beneplacito della Soprintendenza a fine 2019 sono iniziati i saggi di pulitura per l'esecuzione del restauro. Tra gli studiosi, non c'è ancora una posizione univoca: il quadro potrebbe essere del Caravaggio (attribuibile al periodo giovanile), una replica o una copia (fonte: Il Gazzettino)

17 mar 2020

Videointervista di TRM a Michele Cuppone, autore di "Caravaggio. La Natività di Palermo. Nascita e scomparsa di un capolavoro"



TRM-TeleRadio del Mediterraneo, nell'edizione serale del TgMed del 18 marzo 2020, ha dedicato un servizio al volume Caravaggio. La Natività di Palermo. Nascita e scomparsa di un capolavoro (Campisano Editore), intervistando l'autore Michele Cuppone.
L'intervista è stata pubblicata anche in una news del sito di TRM. Si riporta di seguito il testo della registrazione integrale:
«Caravaggio. La Natività di Palermo, editore Campisano. Sottotitolo, Nascita e scomparsa di un capolavoro: fa riferimento ai due grandi temi che investono il quadro, trafugato nell'ottobre del '69 e mai più recuperato. Anzitutto, gli interrogativi attorno alla genesi del dipinto. Si è sempre pensato che fu eseguito in Sicilia, dove Caravaggio si trova nel 1609. In realtà, scoperte recenti restituiscono il dipinto a un periodo precedente, agli anni romani di Caravaggio. In particolare c’è un documento, del 5 aprile 1600, in cui all’artista viene richiesto un quadro; non si specifica quale, ma sono indicate le misure, che sono in sostanza le stesse della Natività. Inoltre è citato un personaggio che riconduce all'ambiente palermitano, addirittura proprio all'oratorio di San Lorenzo dove il quadro si trovava.
Dunque è il 5 aprile 1600: per intenderci, Caravaggio stava lavorando alle celebri tele della cappella Contarelli di San Luigi dei Francesi, la Vocazione di san Matteo e il Martirio di san Matteo. Ecco dunque l’importanza che riveste la Natività, che si pone nel vero e proprio momento di svolta della carriera artistica di Caravaggio.
Nel volume, uno spazio importante è dedicato naturalmente al furto. Anzitutto, sono sfatate diverse leggende sorte nel tempo. Quindi, parte la ricostruzione dei fatti: oggi sappiamo che la tela fu venduta a un antiquario svizzero.
Cosa c’è in più nel volume? Sono intanto rivelati alcuni nomi omessi negli atti ufficiali, sono meglio precisati alcuni dettagli, tra cui i nascondigli della tela. Infine rendo noti i contenuti di una lettera inedita, da me reperita in archivio, che fa riferimento a una richiesta di riscatto. In chiusura, vi è un’ampia rassegna stampa del tempo, con le trascrizioni integrali degli articoli, da cui si evincono particolari anche piuttosto interessanti».
link:

14 mar 2020

Da Caravaggio a Tiepolo, i capricci pittorici di Nicola Ancona, omaggio ai Grandi Maestri



La Natività da Caravaggio a Tiepolo. Capricci pittorici “dal sacro al profano” è il cataloghino (60 pp., bilingue) con cui Nicola Ancona presenta un lato piuttosto interessante della sua produzione. Come fa intendere il titolo, l’artista nativo di Bitonto (ma di adozione leccese) ha voluto omaggiare a suo modo i maestri del passato, combinando di volta in volta due o più opere dello stesso autore. Il risultato, è sorprendente: tanto gli innesti sono generalmente riusciti, se necessario ribaltando anche le singole figure, che, specie all’occhio meno esperto e colto, essi potranno apparire copie conformi di un originale. Ciascun “rebus” pittorico è comunque presto svelato dalle elaborazioni grafiche sui dipinti di partenza, in una sorta di gioco didattico che stimola gli stessi conoscitori. Se siamo qui a parlare delle creazioni di Ancona, va detto, è anche per la qualità dei suoi lavori, di recente esposti a Lecce (Chiostro del Seminario, 23 dicembre 2019-2 gennaio 2020). Un talento personale, il suo, che si sviluppa peraltro a partire dalla sua attività principale, quella di restauratore (per lungo tempo restauratore capo del salentino Museo “Sigismondo Castromediano”), cui si lega la grande dimestichezza con la materia. E che, diremo poi, si manifesta in altri soggetti dipinti, più originali. 
Ma tornando ai capricci pittorici, il loro valore è ben testimoniato nel saggio d’apertura di Francesco Petrucci, che presenta l’artista, l’opera nel complesso e nel suo significato, fino a decifrare i singoli rebus. A partire dalla caravaggesca «Adorazione dei pastori con san Lorenzo e san Francesco dell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, sottratta in un furto nel 1969 e mai più ritrovata – collocata dalla critica recente al 1600 e non al soggiorno siciliano, come si credeva –, [che] viene ribaltata specularmente e incastonata nella stalla dell’Adorazione dei Pastori del Museo Regionale di Messina (1609). Dalla stessa perduta pala proviene anche l’angelo che scende in volo, mentre i volti dei due pastori sono quelli degli apostoli nella Incredulità di san Tommaso della Bildergalerie di Postdam (1600-1601)». Seguono, nel saggio e nelle vivaci riproduzioni, capolavori, tutti di tema sacro e più o meno noti al grande pubblico – invitato nel secondo caso ad approfondire, nell’ottica didattica di cui sopra –, di Rubens, Ribera, de La Tour, Poussin; fino ad Antonio Balestra, Giovan Battista Pittoni e, naturalmente, Giambattista Tiepolo. Solo per citarne alcuni dei ben quindici maestri celebrati in questo progetto, per un numero di fonti iconografiche che è chiaramente superiore al doppio; e che affronta movimenti e correnti artistiche diverse, avvicendatesi tra Sei e Settecento, ma sempre con la stessa curiosità d’indagine e impegno manuale.
Il progetto tuttavia, accennavamo, va oltre la sperimentazione sul passato e si sposta pressoché tutto sul profano, quando include le opere d’arte contemporanea di Ancona [...]

link:


8 mar 2020

"Quel furto scellerato a Palermo", recensione al volume di Michele Cuppone su "Il Giornale dell'Arte"

Michele Cuppone si fa carico di un arduo lavoro, quello di porre, per quanto possibile, una certa chiarezza tra tutte le numerose, e talvolta errate, congetture che sono state prodotte in questi anni su uno dei dipinti più ricercati al mondo. Le avventure della «Natività» di Caravaggio, restituite nel libro con efficacia narrativa, si dipanano avvincendo il lettore al susseguirsi dei fatti e dei personaggi coinvolti.


Un’opera dalla storia dibattuta quella della «Natività» di Caravaggio. Un’«isola che non c’è», come la definì il magistrato Giovanbattista Tona, dopo lo scellerato furto dell’ottobre 1969. Si, perché da quando è scomparsa, ha catturato l’attenzione di studiosi, e non, sulla sua genesi, sul soggetto raffigurato e sulla sua possibile rintracciabilità.
Michele Cuppone si fa carico di un arduo lavoro, quello di porre, per quanto possibile, una certa chiarezza tra tutte le numerose, e talvolta errate, congetture che sono state prodotte in questi anni su uno dei dipinti più ricercati al mondo. L’autore approfondisce il primo grande fraintendimento legato all’origine della tela. Sostiene dunque che la «Natività con i santi Lorenzo e Francesco» sia stata realizzata nel 1600, periodo in cui Caravaggio lavorava alle storie di san Matteo per San Luigi dei Francesi in Roma, benché fosse già destinata all’Oratorio di San Lorenzo di Palermo.
Una ricerca interdisciplinare, basata su confronti stilistici, su documenti notarili e sulle analisi radiografiche preliminari al restauro del 1951, consente all’autore di avvalorare la restituzione al periodo romano dell’opera del Merisi. Cuppone prosegue verso il discusso tema della sorte toccata al dipinto dopo il furto. L’autore si muove tra leggende metropolitane scardinandole opportunamente. L’opera non fu infatti nascosta in una stalla, né mangiata dai topi, né bruciata, né sepolta in una cassa sotto terra, né esposta come trofeo nei summit di mafia dei corleonesi di Totò Riina.
La cronaca narrata da Cuppone è basata su fonti accreditate e verificate, alcune inedite. L’opera sarebbe stata rubata, prima del pomeriggio del 15 ottobre 1969, da ladri poco consapevoli del suo valore e caricata su un furgone Fiat 642, avvolta in un tappeto. La prima notte sistemata in un appartamento, poi in una ghiacciaia. La stampa diffuse la notizia del furto di un’opera miliardaria in lire. La «Natività» fu mostrata al primo potenziale acquirente, il quale non si aspettava però di trovarsi davanti a una tela di quel livello, di per sé non commerciabile.
Il boss Gaetano Badalamenti chiese al suo braccio destro Gaetano Grado di rintracciare l’opera: in poco tempo la mafia la acquistò per 4-5 milioni arrivando prima dello Stato. Quando il dipinto giunse al nascondiglio di Cinisi, partirono le richieste di riscatto che continuarono sino alla vendita a un trafficante che lo portò in Svizzera. A Lugano è possibile sia giunto nella collezione del barone Hans Heinrich von Thyssen Bornemisza, che per molto tempo fu un sorvegliato speciale dello 007 dell’arte, Rodolfo Siviero.
Le avventure della «Natività» di Caravaggio, restituite nel libro con efficacia narrativa, si dipanano avvincendo il lettore al susseguirsi dei fatti e dei personaggi coinvolti. Chiudono il volume alcuni passi estrapolati da antichi biografi e moderni critici, la biografia dell’artista e la trascrizione integrale degli articoli della stampa che seguirono l’amara storia di un capolavoro perduto (fonte: Il Giornale dell'Arte).

6 mar 2020

'Caravaggio. Il suonatore di liuto', alla Galleria Borghese di Roma dal 29 aprile


La Galleria Borghese (Piazzale Scipione Borghese 5, Roma) presenta dal 29 aprile una mostra dedicata al celebre tema del Suonatore di liuto di Caravaggio, che avrà una seconda tappa al Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo dal prossimo settembre. 
L’esposizione porterà per la prima volta in confronto diretto due versioni del soggetto, concepito da Caravaggio negli anni giovanili e romani. Il Suonatore di liuto dipinto per il cardinale Benedetto e il marchese Vincenzo Giustiniani – proveniente dal Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo e recentemente restaurato – sarà esposto accanto al Suonatore di liuto già in Badminton House, Gloucestershire, realizzato da Caravaggio per un altro importantissimo committente e mecenate, il cardinale Francesco Maria Del Monte.
Le due versioni del Suonatore di liuto saranno allestite nel Salone d’ingresso insieme alle altre sei opere di Caravaggio presenti nella collezione permanente del Museo, con l’obiettivo di proporre un percorso davvero eccezionale della sua carriera pittorica, che va dalla prima opera da lui eseguita sino all’ultima, che l’artista aveva con sé al momento della morte. Grazie alla completezza di questo percorso sarà possibile definire al meglio la cronologia dei due Suonatori. La loro presenza contigua e ravvicinata consentirà inoltre di esaminare il metodo pittorico rivoluzionario adottato da Caravaggio nel periodo romano oltre che di riflettere sulla sua produzione di repliche del medesimo soggetto.
La Galleria Borghese, che ospita nella sua collezione il nucleo di dipinti più numeroso, importante e in migliore stato di conservazione di Caravaggio, attraverso questa mostra renderà evidente la struttura metodologica che è alla base del suo progetto Caravaggio Research Institute. Si tratta di un progetto internazionale, rivolto essenzialmente a studiosi, conoscitori, esperti, che ha il fondamentale obiettivo di elaborare una piattaforma digitale integrata nella quale saranno riversati tutti i dati documentari noti sulla intera opera caravaggesca e che ambisce a divenire punto di riferimento primario per gli studi sull’artista.
La mostra sarà accompagnata da un catalogo, a cura del Museo, previsto in italiano e in inglese oltre che in russo per la tappa di San Pietroburgo, che includerà un confronto fra gli esiti delle indagini diagnostiche condotte recentemente su entrambi i dipinti oltre che un testo analitico di taglio musicologico che insisterà sui brani musicali raffigurati nelle due versioni.
A tal proposito la mostra sarà l’occasione straordinaria per ospitare concerti per liuto antico e voce, impegnati a eseguire gli spartiti “dipinti” nei due esemplari dei Suonatori e che vedrà coinvolti i massimi interpreti di questa raffinata eccellenza della musica barocca (fonte: Cronache della Campania).

2 mar 2020

"Il tempo di Caravaggio. Capolavori della collezione di Roberto Longhi", in mostra a Roma

Esposizione di dipinti caravaggeschi della raccolta del grande storico dell’arte, nella ricorrenza dei cinquant'anni dalla morte.




Il tempo di Caravaggio
Capolavori della collezione di Roberto Longhi

La mostra, curata da Maria Cristina Bandera, direttore scientifico della Fondazione Longhi, è dedicata ai cosiddetti caravaggeschi, ai quali il grande storico dell’arte e collezionista Roberto Longhi dedicò una vita di studi. Le opere dei seguaci del Caravaggio sono sicuramente la parte più importante e significativa della sua collezione, che si formò proprio attorno al dipinto di Merisi Ragazzo morso da un ramarro, da lui acquistato nel 1928. La mostra comprende quasi 50 opere che mostrano l'importanza dell'eredità di Caravaggio e della sua poesia: dalla Negazione di Pietro, grande capolavoro di Valentin de Boulogne, recentemente esposto al Metropolitan Museum of Art di New York e al Museo del Louvre di Parigi, ad opere di grande rilievo di artisti che hanno assimilato la lezione del Caravaggio, come - solo per citarne alcuni - Jusepe de Ribera, Battistello Caracciolo, Matthias Stomer, Giovanni Lanfranco.


Luogo: Musei Capitolini, Palazzo Caffarelli
Orario: dal 12 marzo al 13 settembre 2020, tutti i giorni ore 9.30 - 19.30 la biglietteria chiude un’ora prima
Per ulteriori informazioni: tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 - 19.00)