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"Caravaggio. La Natività di Palermo: nascita e scomparsa di un capolavoro", articolo su "Giorni di Storia"



Un «importante studio», secondo l’illustre professor Richard E. Spear uscito a cinquant’anni di distanza dal clamoroso furto della Natività di Caravaggio da un oratorio di Palermo, in una notte piovosa dell’ottobre 1969. L’autore del volume Caravaggio. La Natività di Palermo. Nascita e scomparsa di un capolavoro (Campisano Editore) Michele Cuppone, ricercatore e studioso del grande pittore lombardo, da anni approfondisce l’argomento, di cui ha ricostruito di volta in volta più tasselli, pubblicando in sedi scientifiche e non. Grazie al lavoro svolto parallelamente anche da altri specialisti, oggi sappiamo molto di più del dipinto scomparso. E tutti questi approfondimenti finalmente trovano ora una trattazione organica nel volume, edito da Campisano, in una veste divulgativa e corredata da una significativa selezione di immagini. Ma non mancano le novità.
Sul fronte storico-artistico, l’autore chiarisce meglio la genesi della Natività, attraverso l’esame stilistico, i confronti iconografici, le scoperte d’archivio, la riconsiderazione di alcune fonti trascurate, fino al riesame dei referti tecnici sulla tela, eseguiti nel 1951 in occasione di una grande mostra. Il quadro, possiamo dire in definitiva, fu eseguito non in Sicilia nel 1609, come si credeva perché così raccontavano certi biografi, ma a Roma, nel 1600, e da qui spedito a Palermo. Sappiamo addirittura dove esso fu realizzato: all’interno di Palazzo Madama, attuale sede del Senato della Repubblica, dove Caravaggio viveva a quel tempo. La scoperta dell’esatta datazione è un aspetto rilevante, anche perché pone la tela accanto alle più celebri storie di san Matteo della cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, e dunque nel punto di svolta della carriera di Michelangelo Merisi. La Natività, corrispondente dunque al quadro «cum figuris» menzionato in un enigmatico documento romano del 5 aprile 1600, sarebbe addirittura la prima pala d’altare eseguita dall’artista. Si possono comunque chiarire anche alcuni quesiti legati alla sua iconografia, che ha spesso stimolato una discussione intorno all’identità di alcuni personaggi. Infine, si può ripercorre una certa ‘fortuna’ che, fino all’ottobre del 1969, il quadro ebbe, dalle copie ai rari documentari d’epoca: mentre, curiosamente, le stesse copie sono scomparse definitivamente o comunque per molti secoli, si attribuì la responsabilità del furto a un filmato andato in onda in tv due mesi prima di esso.
Un capitolo a parte riguarda proprio la storia della sparizione. In cui, anzitutto, Cuppone sgombera il campo dalle tante leggende messe in circolazione da collaboratori di giustizia e giornalisti: si è detto di tutto, dalla tela utilizzata come stendardo nei summit di Cosa nostra, o mangiata da topi e maiali in una stalla, o ancora distrutta nel terremoto dell’Irpinia. Segue quindi la ricostruzione degli eventi come risulta dalle fonti più attendibili e verificate: tra tutte, i risultati della specifica inchiesta pubblicata nel 2018 dalla Commissione parlamentare antimafia, che ha individuato in un trafficante svizzero, scomparso da anni, l’acquirente della Natività, attraverso la mediazione del boss Gaetano Badalamenti. Ma l’autore si spinge a offrire nomi e dettagli inediti finora secretati negli atti ufficiali, tra cui i riferimenti, in una lettera del 1974 preclusa alla consultazione in archivio, a una richiesta di riscatto da parte di ignoti ricettatori. Chiude il volume una nutrita rassegna di articoli, dalla stampa nazionale e locale e a firma anche di autori prestigiosi tra cui Leonardo Sciascia: l’operazione di trascrizione dai giornali, mai fatta sinora, consente di rivivere in diretta le cronache del tempo.

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"Novità e conferme dalla 'Vita di Caravaggio' di Gaspare Celio", di Clovis Whitfield


La recente pubblicazione della biografia di Caravaggio di Gaspare Celio, (vedi Riccardo Gandolfi, in Storia dell’Arte 151/152, Nuova Serie, 1/2, 2019, p. 137-151) presenta nuove impressioni in base ai suoi ricordi circa l’arrivo a Roma del lombardo e ne conferma altre. È un grande evento aver individuato ed ora pubblicato una prima biografia dell’artista, e mentre stiamo ancora aspettando che esca l’opera completa del Celio (sembra che più di duecento biografie rimangono inedite), questa su Caravaggio è un’aggiunta gradita a ciò che sappiamo del suo arrivo a Roma. Una bozza del testo scritto nel 1614 delle Vite (ma modificata in seguito) è la prima biografia, a parte la menzione nel racconto di Carel van Mander sull’artista derivata dal suo corrispondente a Roma (1600/1601), Floris van Dyck. Vi è la conferma del primo incontro di Prospero Orsi e le affascinanti informazioni secondo cui tra i molti luoghi in cui Caravaggio trovò alloggio c’era la sua casa (sopra una taverna nelle vicinanze di Palazzo Barberini), dove lo vide dipingere un liutaio, e che Vincenzo Giustiniani ebbe un ruolo nel garantire il perdono a Caravaggio necessario per tornare a Roma.
In primo luogo Celio chiarisce che Del Monte voleva un giovane pittore “un giovanetto che gli andasse copiando qualunque cosa” che potesse fare alcune copie per lui, e dopo averlo cercato tutto il giorno, Prospero lo trovò addormentato presso la statua di Pasquino, appena dietro Piazza Navona. Il Caravaggio era evidentemente noto per la sua capacità di copiare, e in effetti gli elenchi dell’inventario di Del Monte del 1628 annotano “Un quadro grande della Madonna, e Christo in braccio S. Anna e S. Gioseppe con cornice nera mano del Caravaggio”, e copia di Raffaelle (n. 396 nell’inventario Del Monte del 1628,vedi Z. Wazbinski Il Cardinale Francesco Maria del Monte, Firenze 1994, II, p. 593). Numerose sono le copie da Raffaello negli inventari di Del Monte e di Ottavio Leoni, anch’esse eseguite da Raffaello, come il suo firmato al Louvre “Belle Jardinière” (vedi M.T. Rizzo: Ottavio Leoni pittore (1578-1630) in “Studi romani”, Vol. XLVIII, 1999, p 25, Tav. V). L’immagine è stata registrata l’ultima volta nella Galleria Gustav Cramer, L’Aia. Ottavio fu anche strettamente associato a Del Monte, che lo chiamò suo allievo, e lo mandò a Firenze nel 1599.
Le prime biografie di Caravaggio sottolineano tutte il suo grande interesse per il dato reale, e Celio non fa eccezione. Ci parla del suo modo di ritrarre, e ciò fornisce l’opportunità di una spiegazione su ciò che comportava non solo quando dipingeva ritratti, ma riguardo all’osservazione diretta di soggetti dalla vita. Sebbene questo aspetto della parola ritrarre includesse il tipo di ritratti accurati che faceva Leoni, ad esempio (“girando attorno”), probabilmente con l’aiuto della camera oscura, questo era in riferimento alla fenomenale accuratezza con cui Caravaggio vedeva i suoi soggetti. Essi vennero apprezzati perché registravano come un documento le caratteristiche precise e l’abito dei suoi soggetti. L’espressione non era usata esclusivamente per la ritrattistica ma per in generale per quanto riguardava lavorare dalla vita, dalla natura, dalle persone, dagli edifici, dai paesaggi, dagli animali. Dal racconto di Celio è chiaro che i ritratti che fece per Lorenzo Carli, (dove  incontrò un altro siciliano, Mario Miniti) erano teste di santi piuttosto che ritratti. Secondo l’interpretazione della letteratura moderna, questi ritratti sono perduti o non disponibili per lo studio, (vedi F Cappelletti, Caravaggio, Un ritratto somigliante, 2009, p. 40/41, e nota 126). Si è spesso supposto che la descrizione di Baglione di “alcuni quadretti da lui nello specchio ritratti” all’inizio del suo resoconto della sua carriera romana (Vite, 1642, p. 136),o la menzione di Mancini dei ritratti di Caravaggio per Barberino (Maffeo Barberini) facciano riferimento al significato della ritrattistica realmente intesa, mentre la sua attività era ancora la replica o “la copia dalla vita”. Ciò dovrebbe essere visto come coerente con ciò che Van Mander (1604) riferisce, in uno dei pochi altri resoconti prossimi a quanto Caravaggio disse “Egli dice infatti che tutte le cose non sono altro che bagatelle, fanciullaggini o baggionate – chiunque le abbia dipinte – se esse non sono fatte dal vero, e che nulla vi può essere di buono o di meglio che seguire la natura. Perciò egli non traccia un solo tratto senza star dietro alla natura, e questa copia dipingendo. Questa non è d’altronde una cattiva strada per giungere poi alla meta; infatti di[ipingere su disegni, anche se essi ritraggono il vero, non è certamente la stessa cosa che avere il vero avanti a sé e seguir la natura nei diversi colori; però occorre che anzitutto il pittore sia così progredito in intendimento da saper distinguere  e quindi saper scegliere il bellissimo dal bello.”(Traduzione di S. Macioce, Michelangelo da Caravaggio, Fonti e Documenti, Roma, 2003, p. 309).Celio ci dice che Caravaggio non poteva distrarsi dal solo scopo della ricerca di ritratti e piaceri, dandoci un accenno di questa ossessiva preoccupazione con un’accurata registrazione di informazioni dal vivo [...]

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“Caravaggio Napoli”, scoop rinviato, trionfa la diagnostica. Un convegno ricco di spunti e argomenti ma su molte questioni prevale la cautela


Pubblicata in un numero speciale di About Art online una serie di interventi relativi alle giornate di studio Caravaggio a Napoli. Ricerche in corso (Museo e Real Bosco di Capodimonte, 13-14 gennaio 2019). 

Disponibile online il saggio di Michele Cuppone sui dipinti di Caravaggio nella collezione di Ottavio Costa










Finalmente disponibile online l'articolo “un quadro ch’io gli dipingo”. Nuova luce su Caravaggio per Ottavio Costa, dalla Giuditta al San Giovanni Battista, di Michele Cuppone.
L'autore, getta nuova luce sui tre dipinti caravaggeschi della collezione di Ottavio Costa, rivedendone alcune cronologie. In particolare, nuove osservazioni su aspetti stilistici, documentari e non ultimo tecnico-diagnostici, permettono di legare la Giuditta a un documento del 21 maggio 1602. In quello specifico momento, il pittore doveva essere già al lavoro sull'opera e stava ricevendo almeno il secondo acconto per la stessa, come risulta da una più attenta lettura del documento. Parallelamente, il San Giovanni Battista di Kansas City viene riportato al 1604 circa e comunque a un periodo successivo al 14 settembre del 1603. L'interesse di Ottavio Costa per Caravaggio, pertanto, si concentra essenzialmente attorno agli anni 1602-1604 e viene da chiedersi se il San Francesco in estasi non sia entrato nelle mani del collezionista ligure qualche tempo dopo la sua data di esecuzione (avvenuta nell'ultimo quinquennio del XVI secolo).


L'articolo, oggi disponibile online, era inserito negli atti delle Giornate di Studi "Caravaggio e i suoi" (Monte Santa Maria Tiberina, Palazzo Museo Bourbon del Monte, 8-9 ottobre 2016)
Caravaggio e i suoi, a cura di Pierluigi Carofano e pubblicato da Felici Edizioni (Pontedera, 2017), risulta esaurito ed è consultabile in biblioteche specializzate. Sono presenti al suo interno, oltre a quello di Michele Cuppone, almeno altri sei contributi a tema più strettamente merisiano: Emilio Negro, rilegge la partitura musicale del Suonatore di liutoEnrico Lucchese, si sofferma sulla figura del padrino di battesimo di Merisi Francesco Sessa e sui suoi legami con l'area veneta; Francesca Curti, indaga i rapporti del pittore con botteghe d'arte e committenze a Roma e in particolare intorno alla Natività di Palermo; Mario Marubbi, pubblica una copia del San Francesco in preghiera di Cremona; Nicosetta Roio, immagina un arrivo pressoché in contemporanea di Caravaggio e di Mario Minniti a Roma intorno al 1595; Stefania Macioce, presenta un indizio sull'autografia o meno della discussa Giuditta di Tolosa.


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La “Natività” di Palermo del Caravaggio. La testimonianza di Sandro Corradini nella ricorrenza del furto



Negli ultimi tempi, è tornata a far discutere la dispersa Natività di Palermo di Caravaggio.
Sul piano degli studi, acquisizioni di tipo documentario, diagnostico e iconografico in particolare, hanno reso sempre più convincente l’ipotesi che il quadro sia stato dipinto negli anni romani, cui del resto poteva essere accostato per affinità stilistico-compositive.
Ma soprattutto, nuove dichiarazioni di collaboratori di giustizia hanno permesso di ricostruire il contesto in cui maturò il furto della tela, dall’oratorio di San Lorenzo, e le modalità della sua vendita avvenuta nel giro di sei mesi.
Nella triste ricorrenza del furto (17-18 ottobre 1969), About Art online vuole ricordare il capolavoro palermitano con le toccanti parole di monsignor Sandro Corradini, tra i più grandi ricercatori di documenti d’archivio su Caravaggio. Il contesto, è quello del convegno La Natività di Palermo: prima pala d’altare per Caravaggio? tenutosi presso la Galleria Corsini il 9 giugno 2016, con l’intervento di Michele Cuppone (poi pubblicato sul fascicolo 9-2017 di “Valori Tattili”) e di Elisabetta Giani con Claudio Seccaroni (già apparso sul numero 28-2014 del “Bollettino ICR”).
Don Sandro – come è chiamato amichevolmente anche dagli studiosi caravaggisti – concorda anzitutto con il sospetto che il personaggio in piedi a mani giunte, sul lato destro, non sia san Francesco bensì un personaggio umile, forse un pastore. Quindi, riporta alla memoria le ricerche di Gian Lodovico Masetti Zannini, recentemente scomparso (Brescia, 8 febbraio 1929 – Roma, 1 agosto 2015), che nel 1971, due anni dopo che la tela era stata sottratta, pubblicò un documento del 1600. In esso Caravaggio si impegnava (e consegnava poi), con il mercante Fabio Nuti, per dipingere una pala d’altare dal soggetto non specificato. E proprio alla Natività di Palermo è ora più logico associare, per le misure indicatevi ma non solo, quel contratto di commissione.
Infine Corradini racconta di quando, giovane sacerdote, si recò a Palermo sul finire degli anni ’60 (nel mese di luglio-agosto del 1965 o più probabilmente 1966, ricorderà meglio poi). Lì, ebbe l’opportunità di vedere ancora in situ la tela del Caravaggio, artista a lui pressoché ignoto fino a quel momento. E ‘ignorata’ era pure la Natività, senza quel grande pubblico che oggi richiama un quadro di Merisi e, per di più, nell’assenza di adeguati sistemi di sicurezza – circostanza, quest’ultima, che da lì a breve si rivelerà fatale. L’auspicio finale, specie ora che si aprono spiragli nelle indagini investigative sul crimine commesso, è che prima o poi si possa rivedere con i propri occhi la Natività, capolavoro assoluto oggetto di sfortuna critica, prima ancora che dell’avidità dell’uomo.

Di seguito la trascrizione dell’intervento (per vedere il video, clicca CLICCA QUI):

«Rispettando e condividendo questa idea che quello [in piedi a mani giunte] non sia san Francesco ma sia un pastore, penserei che sarebbe opportuno non chiamarla “Natività”, ma “Adorazione dei pastori”. E allora, anche lì, di “pastori” ... ne resta solo uno, ma a parte questo dettaglio, insomma, è veramente interessante … E vorrei oggi – molti di voi l’hanno conosciuto – fare memoria di [Gian Lodovico] Masetti Zannini, che si imbatté per la prima volta in questo documento [di commissione a Caravaggio per Fabio Nuti], e pubblicò, ma rimase sconcertato, perché era Anno Santo, il 1600, ma non sapeva [quale quadro fosse] … si parlò di tutto, come lei ha accennato già e … non gli passò nemmeno per la testa l’idea che potesse essere riferito a quest’opera [la Natività]. Poi, una piccola cosa, se … non significa niente, ma … io ebbi modo, andando a Palermo nel ’68-70, di vederlo, ma ero un ragazzotto e non avevo all’epoca nessun interesse per il Caravaggio. Sapevo che era Caravaggio dalla guida, e mi impressionò. Ma mi impressionò la non custodia! Io sono arrivato lì e non c’era nessuno … che vigilasse … la chiesa piccolissima, lì, proprio … accantonata da una parte, insomma, un’opera così, ma … ero un ragazzotto, ero un giovane sacerdote … Dico, ma come si fa a lasciare un quadro così importante incustodito in questa maniera!? Vedete, l’ho visto, mi fa una certa emozione e l’augurio, lo vogliamo fare, che prima o poi, prima di morire, lo si possa rivedere con i propri occhi» (Sandro Corradini, 9 giugno 2016).

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"Palermo, l’arte al tempo della guerra. E il Caravaggio rubato che (già) non c’era", di Michele Cuppone

Una mostra sull'arte durante la guerra a Palermo è occasione per ripercorrere la storia della 'Natività' di Caravaggio in quegli anni e in quelli immediatamente successivi, nonché la storia di Filippo Meli, il sacerdote che se ne prese cura fino al 1965



È stata prorogata fino all’8 aprile la mostra fotografica e documentale La Guerra dell’Arte, a Palermo presso il Convento della Real Magione. Il titolo, che parafrasa “L’arte della guerra” di Sun Tzu, stigmatizza come le opere d’arte abbiano da sempre combattuto per poter giungere, illese, sino ai giorni nostri. Come scrive il curatore Attilio Albergoni, “le fotografie esposte provengono da vari archivi esteri e nazionali ma sembrano immagini scattate da un solo uomo, quasi che la guerra a Palermo fosse vissuta da un essere solo”.
Ed è davvero toccante ciò che si presenta agli occhi del visitatore e che resta impresso nel ‘catalogo’ (fuori commercio) realizzato dalla Regione Siciliana, per i tipi di Navarra Editore. Il capoluogo isolano fu particolarmente martoriato dalle incursioni aeree avvenute nel corso del 1943, e se il ‘tributo’ in termini di vite umane e più in generale per la città fu ingente, molte opere d’arte poterono d’altro canto salvarsi grazie a una lungimirante operazione di prevenzione. Esemplare è la foto dell’oratorio del Rosario in San Domenico, dove si vede la ben collaudata opera di puntellamento, consolidamento e messa in sicurezza di statue e pavimentazione attraverso assi di legno e sacchi di sabbia. La pala d’altare del Van Dyck risulta assente; così come altri dipinti, sculture e vari oggetti di pregio provenienti dal territorio e che furono portati in un ricovero – i più in località San Martino delle Scale, alle pendici dei monti che circondano la città.
Questa foto mi ha riportato alla mente una lettera consultata giusto un anno fa, custodita presso l’Archivio Storico della Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Palermo (class. II D.75, prot. 217 del 5-2-1948). A scrivere, all’allora soprintendente alle Gallerie della Sicilia Filippo Di Pietro, è il rettore dell’oratorio di San Lorenzo, don Filippo Meli. Eccone il contenuto:


Palermo 
3 febbr. 1948 
Egr. Prof. Di Pietro, 
Le comunico che da parte di Sua Em. il Sig. Cardinale Ruffini è stato restituito il dipinto del Caravaggio a questo Oratorio di San Lorenzo. La prego quindi di esser gentile ad inviare due persone capaci per potere rimettere a posto dovuto il suddetto prezioso dipinto – perché non voglio responsabilità. 
Con molti distinti ossequi
Suo dev.mo 
Sac. Filippo Meli

Mi sono sempre chiesto il motivo per cui la Natività, come si deduce, era stata temporaneamente fuori dalla sua dimora abituale, dove vi faceva rientro in quei primi mesi del 1948. Una mostra? Non poteva essere: il quadro fu esposto soltanto a Milano nel 1951 e a Parigi nel 1965. Ecco ora che, ricollegando i dati disponibili e approfondendo il tema (vedi La protezione del patrimonio artistico nazionale dalle offese della guerra aerea, Firenze 1942, p. 339), tutto diventa più chiaro. La tela, durante la guerra, fu spostata in luogo più sicuro e non senza difficoltà, legate al suo alloggiamento nella cornice con angeli in stucco del Serpotta (da cui, come visto, la richiesta di “persone capaci”). Sarebbe poi tornata in situ – dopo un passaggio presso l’Arcivescovado – una volta terminati i restauri dell’oratorio (che subì danni nel bombardamento del 15 febbraio 1943). Restauri, che dovevano fare i conti con la lunga e più generale ricostruzione del centro cittadino.
Tornando alla lettera, da essa emerge tutta la premura da parte di Meli per il “prezioso dipinto” che, come rettore di San Lorenzo, in lui trovò un geloso custode (fino alla morte avvenuta nel 1965). Meli, è ricordato anche come infaticabile studioso e ricercatore – fu lui peraltro a ritrovare il documento con cui Paolo Geraci si impegnava a dipingere una copia della Natività, identificata molti anni dopo nell’ufficio del prefetto a Catania (e cui ora si aggiunge un’altra copia: se ne parla nel fascicolo 9 della rivista “Valori Tattili”) [...]

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Novità sul progetto "Caravaggio Research" presso la Galleria Borghese

Le anticipazioni di Fabio Isman e il punto di vista critico di Tomaso Montanari 


Negli ultimi giorni sono state pubblicate nuove anticipazioni e riflessioni sul progetto "Caravaggio Research", diretto da Anna Coliva presso la Galleria Borghese e finanziato da Fendi.
Le pubblichiamo di seguito, in ordine cronologico di apparizione sui quotidiani nazionali che ne hanno dato notizia.

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"Caravaggio e il gusto mafioso": saggio sulla 'Natività' di Palermo di Francesco Paolo Campione



Esce in questi giorni Decodifiche criminali. Saggi su illegalità e comunicazione, a cura di Antonia Cava e Sebastiano Nucera ed edito da Corisco.
Il volume contiene il saggio di Francesco Paolo Campione Il potere di un quadro: Caravaggio e il gusto mafioso, che riguarda in particolare gli studi caravaggeschi per interessarsi al furto della Natività di Palermo, definita suggestivamente "Un santino d'autore".
Caravaggio400 pubblica in anteprima online l'articolo, inserito anche nella Biblioteca on line.
Di seguito eccone l'abstract:

L’affermazione del potere di una organizzazione criminale è indissolubilmente legata a un atto dimostrativo: un omicidio, una rapina eclatante, un furto altrettanto clamoroso prima ancora che delitti fini a se stessi sono ciascuno un messaggio di forza che deve essere veicolato attraverso le forme e i media più eloquentemente connotati dal punto di vista simbolico. Nel caso del fenomeno mafioso, la legittimazione di quel potere si caratterizza per una forma ancipite e apparentemente contraddittoria: da una parte sta l’ostentazione di sfarzo e ricchezza, talora caricati in misura che oltrepassa il grottesco, che è il segno della “rispettabilità” di chi sta a capo del sodalizio delinquenziale; dall’altra, l’inabissamento di ogni tratto distintivo deviante in una dimensione di assoluto anonimato e segretezza. In una accezione “diastratica”, una ipotetica scala ascensionale delle gerarchie mafiose corrisponderebbe a una sempre più sfumata epifania delle caratteristiche macroscopicamente evidenti dell’agire criminale: letteralmente come un’alta montagna, la cui cima starebbe nascosta sotto una coltre di nubi, la dimensione estetica di Cosa nostra diviene insondabile in corrispondenza del suo vertice.
Il mafioso di piccolo calibro è tale poiché il suo personaggio è costruito secondo uno schema rilevante solo nella sua dimensione sociale: un apparato “iconografico” quasi del tutto inderogabile, che prescrive modelli di comportamento, di apparenza all’interno della comunità, di uso dell’immagine improntati al lusso, alla moda appariscente, al “timore” reverenziale che ispirerebbe la sua figura. Un grosso SUV scuro o una potente automobile sportiva, posto che di per sé sono oggetti onesti e del tutto innocui, nella creazione dell’immagine mafiosa si traducono in altrettanti attributi di potenza. Persino lo spazio privato del mafioso deve rendere visibile la sua auto-mitizzazione: il kitsch, l’esagerazione dei rubinetti d’oro o della profusione di decori in falso stile Luigi XV, disegnano l’utopia di un ambiente “imperiale” nel quale il mafioso si rispecchia come un monarca assoluto. 
Eppure, al culmine di quella ideale scala che conviene ascendere per immaginare il luogo più segreto del gusto mafioso, quel ciarpame d’un tratto scompare e con esso le mostruosità di quella estetica pervertita: tutto è spazzato via da un solo oggetto, un quadro, la Natività con i Santi Francesco e Lorenzo di Michelangelo da Caravaggio (1600?) rubata nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969 dall’omonimo Oratorio di Palermo. Il furto di quel dipinto, forse la più grave offesa subita dal patrimonio artistico italiano, non è solo un atto di sfida alla collettività alla vigilia della stagione stragista: è l’investimento di uno statuto simbolico su quell’oggetto, il cui possesso fa credere sia possibile mutare finanche il corso delle cose.


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"Il ‘Natale’ rubato di Caravaggio rivive in un inedito video d’epoca. La storia", di Michele Cuppone (su Artribune)

Fotogrammi inediti della Natività di Palermo di Caravaggio da un video degli anni '60. E da ricerche di Michele Cuppone e Roberta Lapucci riemerge una copia sconosciuta del quadro


La Natività con i santi Lorenzo e Francesco di Caravaggio, trafugata nell’ottobre 1969 dall’oratorio di San Lorenzo a Palermo e finita in mano alla mafia, diventa sempre più un ricordo lontano nel tempo, a mezzo secolo dalla sua scomparsa. Ultimamente, si è ridata in qualche modo nuova vita alla tela, con una riproduzione ‘hi-tech’ voluta e realizzata da Sky che ha preso il posto dell’originale. Conosciamo quest’ultimo in particolare attraverso un paio di scatti a colori: la diapositiva di Enzo Brai del 1967 e la foto, ben più nitida, degli Archivi Scala del 1964. Ciò che risalta all’occhio, nella commovente bellezza e pacatezza della scena, è l’assonanza con i quadri della prima maturità romana di Caravaggio, in particolare con i celebri dipinti della cappella Contarelli. E difatti, nuove scoperte d’archivio (e non solo) hanno appurato che la tela fu eseguita contemporaneamente a quelli nel 1600, dunque a Roma e da lì spedita a Palermo, e non in Sicilia nel 1609 come si credeva.

IL PRESEPE PALERMITANO 
A ogni modo, il Presepe palermitano sopravvive, benché per pochi fotogrammi, anche in rari filmati d’epoca. Pubblichiamo – per la prima volta online – un estratto da Lo scultore degli angeli, importante documento audiovisivo trovato di recente e che rischiava di essere perduto per sempre. Giaceva infatti abbandonato, assieme ad altro materiale non classificato, nei locali dell’istituto zootecnico di Palermo. Non è chiaro come fosse finito lì, in un posto tra i più impensabili, ma il caso vuole che nel fare pulizia e prima di disfarsi di ogni cosa, sia stato contattato il regista concittadino Sergio Gianfalla, che ha colto subito il valore del reperto. La pellicola, un 16 mm della durata di 10’30’’, dedicata alle decorazioni in stucco di Giacomo Serpotta che impreziosiscono luoghi sacri del capoluogo siciliano, parte proprio dall’oratorio di San Lorenzo. E si sofferma per qualche secondo sulla Natività – “reputata l’ultima opera del celebre pittore” recita il narratore secondo una vecchia ipotesi. Ma tanto basta per riaccendere l’emozione che ancora trasmette il capolavoro di Michelangelo Merisi, una delle sue prime pale d’altare (se non la prima in assoluto).

LA RICERCA DI GIANFALLA 
Gianfalla, appassionatosi al tema, ha condotto una personale ricerca che lo ha portato a scoprire che cortometraggi come questo, proiettati nelle sale cinematografiche prima dei film, venivano realizzati nella prima metà degli anni ’60 per concorrere all’erogazione di uno speciale “premio di qualità”. Di più, è risultato provvidenziale il suo intervento di digitalizzazione del nastro, poiché questo nel frattempo si è deteriorato irrimediabilmente. In ogni modo, Rai Teche fortunatamente custodisce, consentendone la visione su richiesta, il servizio in bianco e nero Il melodramma di stucco interamente girato a San Lorenzo (e dove ancora una volta protagonista è Serpotta). Questo andò in onda, all’interno della trasmissione Capolavori nascosti, nell’agosto 1969, giusto due mesi prima della sparizione del Caravaggio. Tanto che si arrivò a dire che potrebbe aver generato particolari interessi sul dipinto (paradossalmente fino a quel momento poco noto agli stessi palermitani), che avrebbero spinto a commissionarne il furto.

LE SORPRESE SUL FRONTE ICONOGRAFICO 
Comunque le sorprese sul fronte iconografico non finiscono qui. A Castello Ursino a Catania è custodita la finora ritenuta unica copia del quadro, molto fedele, dipinta da Paolo Geraci nel 1627-1628. Ed ecco invece che ora, in una ricerca congiunta tra chi scrive e Roberta Lapucci pubblicata nella rivista scientifica Valori Tattili, è stata reperita nella fototeca del famoso storico dell’arte Roberto Longhi una foto di un’altra copia antica, con poche varianti. Mistero nel mistero, ne è ignota l’ubicazione attuale; forse il quadro andò disperso durante la seconda guerra mondiale: apparteneva al gerarca fascista Luigi Federzoni.
La citata documentazione fotografica e audiovisiva non potrà in nessun modo colmare il vuoto incommensurabile lasciato nel patrimonio storico-artistico universale dal dipinto, peraltro inserito nella Top Ten mondiale dei furti d’arte stilata dall’FBI. Ma certo questi nuovi studi e scoperte riaccendono i riflettori sulla Natività, immeritatamente poco conosciuta, tenendo sempre viva la pur fioca speranza di una restituzione alla collettività.

‒ Michele Cuppone

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Presentato alla Galleria Borghese il centro di ricerca “Caravaggio Research”



“Nell’iniziativa di oggi si ritrovano due motivi di orgoglio: il primo è la riforma del sistema museale, che ha cambiato profondamente i musei avvicinandoli agli standard internazionali. Il secondo motivo di orgoglio è il superamento della barriera che c’era tra pubblico e privato: le norme introdotte, come l’art bonus (che in tre anni ha raccolto oltre 170 milioni), hanno superato quella barriera permettendo collaborazioni che, in particolare nel settore museale, possono dare frutti straordinari”. Lo ha dichiarato il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, intervenuto all’annuncio della partnership triennale tra Fendi e la Galleria Borghese per la costituzione del centro di ricerca “Caravaggio Research”. Il numero uno di piazza del Collegio Romano ha quindi lanciato un appello “ai tanti musei e alle tante imprese importanti: copiate da Fendi e dalla Galleria Borghese”. 
Alla conferenza stampa hanno partecipato, oltre al ministro, Anna Coliva, direttrice della Galleria Borghese e Pietro Beccari, Presidente e Amministratore Delegato di Fendi. 

Coliva: ricerca e studio sono i compiti più importanti per un museo 
“L’accordo raggiunto è un traguardo importantissimo”, ha commentato la direttrice della Galleria Borghese. “L’autonomia data dalla riforma ci permetterà di affrontare il compito più importante di un museo, ovvero quello della conoscenza. Il valore della cultura è infatti anche dato dalla ricerca e dagli studi, come dimostra il caso di Caravaggio”. Il Caravaggio Research “è un progetto ambizioso che vuole reintrodurre nei musei la ricerca più avanzata per farne dei produttori di cultura e non dei mostrifici. Siamo orgogliosi che un così innovativo e non facile progetto abbia avuto la fiducia di una grande azienda come Fendi; proprio perché Fendi è un’impresa che ha basato la sua eccellenza sulla ricerca delle tecniche e dei materiali”, ha concluso Coliva [...]

Il progetto “Caravaggio Research” 
Il progetto presentato questa mattina prevede la costituzione del centro di ricerca Caravaggio Research, che verrà promosso e divulgato attraverso un programma espositivo internazionale sull’artista, da Los Angeles all’Estremo Oriente, e il sostegno per tre anni consecutivi alle mostre che avranno luogo presso la Galleria Borghese. Presso la Galleria Borghese verrà costituito un centro di studi, diagnostica e ricerca storico-artistica su Caravaggio e sulla sua opera, che sia il più completo esistente così da proporsi come il riferimento primario per la ricerca caravaggesca a livello mondiale. Il progetto si completa con la creazione di una piattaforma digitale che rappresenti la più esaustiva banca dati online relativa al Caravaggio, per informazioni e aggiornamenti bibliografici, documentari, archivistici, filologici, storiografici, iconografici, dotata di un corredo diagnostico in forma digitale. Per divulgare tale progetto innovativo di ricerca, la Galleria Borghese e Fendi hanno concepito un programma espositivo sull’artista che approderà, nel corso di tre anni, in luoghi di massima importanza ed eccellenza: dai riflettori prestigiosi degli Stati Uniti alle latitudini estreme dell’Oriente asiatico. 

Prima tappa al Getty Museum di Los Angeles 
La prima tappa della mostra sarà a novembre 2017 al Getty Museum di Los Angeles, istituzione di grande prestigio per l’orientamento della cultura in un continente che guarda al futuro ma possiede un legame profondo con le proprie radici europee. A partire dal 21 novembre il Getty Museum ospiterà infatti per la prima volta tre opere di Caravaggio provenienti dalla Galleria Borghese: il San Girolamo, il Giovane con canestro di frutta e il David con la testa di Golia [...]


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"Nuove ipotesi sul 'Seppellimento di Santa Lucia' di Caravaggio", articolo di Enzo Papa sulla rivista Incontri


Pubblicato sul numero 20 (luglio-settembre 2017) della rivista Incontri l'articolo Nuove ipotesi sul "Seppellimento di Santa Lucia" di Caravaggio, a firma di Enzo Papa
In particolare l'autore rilancia, sulla base di nuove considerazioni, l'ipotesi che il vero committente del quadro sia stato, senza necessità di contratto (mai reperito), l’agiato intellettuale siracusano Vincenzo Mirabella.
L'articolo è ora disponibile nella sezione Biblioteca on line di Caravaggio400.


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"La pallacorda fra Vaticano, Caravaggio e Quirinale", di Egizio Trombetta



È certo che Caravaggio giocasse, come scriveva il biografo fiammingo Karel van Mander fra il 1600 e il 1601: "quando ha lavorato per un paio di settimane se ne va a spasso se ne va a spasso per un mese o due con lo spadone al fianco e un servo di dietro, e gira da un gioco di palla all’altro, molto incline a duellare e a far baruffe…". Anche altre fonti autorevoli lo confermano, come quella del noto biografo barocco Giovanni Pietro Bellori (Cfr. Vite dei pittori, ed architetti moderni, p. 215 ) "Venuto però a rissa nel gioco di palla a corda con un giovane suo amico, battutosi con le racchette, e prese l’armi, uccise il giovane, restando anch’egli ferito". Poi quella di Sandro Corradini (Cfr. Caravaggio materiali per un processo, pp. 71-72.): "la rissa fu per giuditio dato sopra un fallo, mentre si giocava alla racchetta" Anche nella biografia di Gaspare Celio, di recente individuata da Riccardo Gandolfi troviamo scritto: "Ma pigliandola nel gioco della palla con un certo Ranuccio da Terni, e venendo a costione seco, cagione che ne haveva havuta una racchettata esso Michele, ne restò occiso esso Ranuccio". E’ noto dunque che un incontro di tennis o meglio di pallacorda cambiò per sempre la vita di Michelangelo Merisi a seguito del quale uccise Ranuccio Tomassoni, uomo influente e ben introdotto coi Farnese. Era il pomeriggio del 28 maggio 1606, il pittore lombardo e Ranuccio Tomassoni duellano alla pallacorda, almeno in un primo momento solo con racchetta ma poi l’incontro degenera in rissa. Ma quali sarebbero le motivazioni di questa rissa? Negli ultimi anni sono state ipotizzate varie versioni, ho preferito però far chiarezza interpellando probabilmente lo studioso più autorevole che c’è a riguardo della vita di Caravaggio, Monsignor Sandro Corradini. Da anni dedica moltissime ore ogni settimana negli archivi di stato per far emergere dettagli ancora ignoti a riguardo della vita del pittore milanese. Lo chiamo al telefono e manco a dirlo, si trovava proprio in archivio [...]

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"Il Caravaggio avrebbe commesso due omicidi", un articolo di Carole Blumenfeld su Le Journal des Arts

Caravaggio aveva dovuto lasciare Roma nel 1606 dopo aver ucciso Ranuccio Tomassoni. Riccardo Gandolfi ha ritrovato la biografia di Gaspare Celio, che attesterebbe che il pittore aveva già ucciso un compagno in Lombardia, forse accidentalmente. Prossimamente per l'editore Leo S. Olshski l'edizione critica della biografia ritrovata.


Le Caravage (1571-1610) fait décidément couler beaucoup d’encre; sa révolution picturale, la modernité de ses scènes, sa vie aventureuse en font un personnage particulièrement romanesque très connu du grand public. Cette nouvelle révélation va ajouter à sa légende, il n’aurait pas un seul meurtre à son actif mais deux. C’est ce que révélerait un manuscrit inédit du peintre Gaspare Celio (1571-1640) découvert par Riccardo Gandolfi, 29 ans, jeune docteur italien en histoire de l’art (La Sapienza, université de Rome).
Cette découverte vient corroborer les annotations figurant en marge de la version du manuscrit conser-vée à Venise par Giulio Mancini, biographe du Caravage. Celles-ci, difficiles à lire et à interpréter, font état d’une plaisanterie avec une prostituée et un gentilhomme qui aurait tourné au drame. Les mots de Mancini, qui ne figurent pas dans la version imprimée, doivent être consi-dérés avec prudence selon l’historien de l’art Giacomo Berra. Mancini évoque une peine d’un an de prison qui ne correspond à aucune dispo-sition juridique milanaise de l’époque. Le manuscrit de Celio parle, lui, du meurtre accidentel d’«un camarade». Autre détail inédit: lorsque le Caravage commit le meurtre très célèbre de Ranuccio Tomassoni en 1606, il l’aurait frappé à la tête avec une raquette, la dispute survenant, le fait est connu, après une querelle au jeu de paume. De fait, comme l’explique Riccardo Gandolfi, «la récidive, synonyme de condamnation certaine, expliquerait sans doute sa fuite précipitée de Rome»
On le sait depuis 2011 (exposition «Caravaggio a Roma. Una vita dal vero»), la présence du Caravage en Lombardie est attestée jusqu’en juillet 1592, date à laquelle le peintre reçoit une importante somme d’argent à la suite de la dispersion des biens familiaux; il serait arrivé à Rome à la fin de 1595. Tous les textes anciens mentionnent son extrême pauvreté lors de son installation à Rome, ce qui indique, selon Orietta Verdi, vicedirectrice des Archives de l’État de Rome, qu’il dépensa toute sa fortune entre 1592 et 1595. Son contemporain Gaspare Celio décrit aussi ces difficultés: «Il réalisait pour un boutiquier dit “Lorenzo le Sicilien” [identifié comme Lorenzo Carlo par Marco Pupillo] des têtes de saints, payées chacune cinq baiocchi. Dès qu’il en avait peint deux, il partait manger» [...]


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Quella collera di Caravaggio nascosta nella sua scrittura

Dalla grafia attribuita a Michelangelo Merisi si evince un temperamento innato di tipo collerico. Un articolo della grafologa Evi Crotti

La ricevuta di acconto incassato da Caravaggio per un quadro in corso di realizzazione nel maggio 1602, probabilmente la Giuditta e Oloferne di Palazzo Barberini


Dalla grafia attribuita a Michelangelo Merisi si evince un temperamento innato di tipo collerico che, per sua natura, lo fa essere “come un fiammifero facile ad incendiarsi per un nonnulla” poiché l’esperienza durante l’infanzia non lo ha educato al controllo delle proprie emozioni ed il suo percorso evolutivo non ha trovato appagamenti giusti e correttivi incentivanti.
Osservando la grafia in mio possesso, si può senz’altro parlare di una personalità assai emotiva (vedi macchie di inchiostro molto marcate e sbavature). Naturalmente va tenuto presente lo strumento usato in quel tempo e cioè la penna d’oca. Nella scrittura di Caravaggio ci sono gesti particolari, come ad esempio il legamento “ch” e l’originale conformazione della “M” maiuscola, che, unitamente alla presenza di lettere spigolose, denotano ostinazione, ma anche lotta produttiva e creatività. Si può pertanto comprendere appieno la passione che egli metteva in ogni cosa. La fluidità del gesto, nonostante le forti macchie d’inchiostro, mette in luce un animo che vuole “bruciare le tappe”. L’ansia preme sull’acceleratore e, come un fiume in piena, porta Michelangelo Merisi ad assumere atteggiamenti e comportamenti non del tutto compresi: crea, ama, aggredisce, reagisce e finisce per scontrarsi con tutti, senza però mai demordere dalla sua forza creativa e dai suoi obiettivi. Così, a chi lo ha denigrato e ostacolato, egli ha risposto con la più bella sfida: una vita spesa per l’arte.

Fonte: Il Giornale

"Caravaggio superstar", una recensione di Emilio Negro e Nicosetta Roio alla giornata di studi del primo marzo




In rete si sa, gira di tutto. E proprio in rete ci è stato segnalato da Gian Carlo Pellacani - già Magnifico Rettore dell’Università di Modena e Reggio Emila, e grande appassionato di pittura - un breve e sconsolante filmato in cui alcuni ragazzi, dall’apparente età di studenti universitari, intervistati su cosa sia il suffragio universale rispondono candidamente confondendolo con l’assonante Diluvio Universale. 
Lunedì scorso, primo marzo 2017, invece abbiamo provato una grande soddisfazione, vedendo tutti i posti dell’Aula Magna e dell’aula 1 del Dipartimento di Storia dell’Arte e Spettacolo (Facoltà di Lettere e Filosofia, Sapienza Università di Roma) occupati da tantissimi studenti e appassionati d’arte che, come noi e l’amico Michele Maccherini (studioso di lungo corso del concittadino senese Giulio Mancini) hanno voluto seguire l’impegnativo dibattito: Sine ira et studio. Per la cronologia del giovane Caravaggio: estate 1592 - estate 1600. Opinioni a confronto. L’appuntamento imperdibile dal titolo di tacitiana memoria quanto mai azzeccato, è nato dalla felice collaborazione tra importanti istituzioni romane, assai care agli storici dell’arte di tutto il mondo: il Dottorato di ricerca in Storia dell’arte della la citata Sapienza, il Dipartimento di studi Umanistici dell’Università di Roma Tre e la gloriosa Bibliotheca Hertziana - Max Planck Institut für Kunstgeschichte. 
L’artefice di questa “grande magia” che è lontana anni luce dalle evasive risposte imbarazzanti sul suffragio/Diluvio Universale, è stato innanzitutto, ça va sans dire, Michelangelo Merisi da Caravaggio, l’eternamente giovane maestro che, per quanto si è potuto vedere, riesce ancora a magnetizzare l’attenzione di tantissimi giovani e meno giovani come quelli che occupavano tutti i banchi, o erano in piedi, oppure seduti per terra, neanche fossero lì per assistere al concerto della rock star di turno. 
Alessandro Zuccari e Maria Cristina Terzaghi, solerti e ospitali “padroni di casa”, hanno organizzato e diretto con gentile fermezza tutta la serie degli incontri; i due studiosi, entrambi colonne portanti della ricerca caravaggesca, sono stati poi apprezzati in veste di relatori, rispettivamente per le due versioni del Ragazzo morso da un ramarro e la Canestra dell’Ambrosiana e il tema della natura morta; nella prima Zuccari ha affrontato lo spinoso problema di Caravaggio autore di opere irripetibili copiate da altri, o replicate da egli stesso? Nella seconda la Terzaghi ha dibattuto di un tema che per molti aspetti va di pari passo con l’importante esposizione della Galleria Borghese dedicata a L’origine della natura morta in Italia. Caravaggio e il Maestro di Hartford (opportunamente prorogata fino al 12 marzo 2017), mostrando anche un interessante inventario seicentesco che descrive nei dettagli due nature morte del tutto simili a quelle del Maestro di Hartford, di fianco alle quali fu scritto in un secondo momento il nome “Gerardo” che, a nostro giudizio, potrebbe sì essere associato ad un pittore fiammingo (secondo una delle ipotesi della Terzaghi), ma anche a quello del marchigiano Giovanni Mario Gherardi, che bazzicava l’ambiente tra il Cavalier d’Arpino e Caravaggio (anche il Gherardi faceva il copista, le teste e pare anche le nature morte: L. Calenne, Prime ricerche su Orazio Zecca da Montefortino (oggi Artena). Dalla bottega del Cavalier d’Arpino a quella di Francesco Nappi, Roma, 2010) [...]

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"Caravaggio e i suoi": importanti novità dalle Giornate di Studi di Monte Santa Maria Tiberina

Le due giornate di studi ospitate l'8 e 9 ottobre nello splendido scenario del Palazzo del cardinale Francesco Maria Bourbon del Monte segnano un notevole avanzamento nella conoscenza del fenomeno del caravaggismo


Un convegno di studi di estrema importanza, per la ricchezza degli interventi e per le novità di gran rilievo inerenti i temi caravaggeschi, quello che ha avuto luogo in Monte Santa Maria Tiberina, nello splendido scenario del Palazzo del cardinale Francesco Maria Bourbon del Monte, sabato 8 e domenica 9 ottobre. Rimarcabile anche dal punto di vista organizzativo, grazie alla volontà e alla fattiva collaborazione delle autorità istituzionali, in primo luogo Letizia Michelini, Sindaco del Comune, e Sergio Consigli, inappuntabile segretario del convegno, l’iniziativa, curata con la massima attenzione dal dottor Paolo Nucci Pagliaro e dal professor Pierluigi Carofano, ha segnato la ripresa in grande stile dei lavori della Libera Accademia di Studi Caravaggeschi, presieduta dal dottor Nucci Pagliaro, che in pratica aveva cessato le attività a seguito delle prematura scomparsa di Maurizio Marini che ne era stato l’animatore. 
Nella convinzione di fare un effettivo servizio di informazione per i tanti studiosi impegnati sulle tematiche caravaggesche, riproduciamo, in una sintesi ove meno ove più elaborata, gli interventi che si sono succeduti nel corso delle due giornate di lavori e che hanno visto contributi di assoluto rilievo con documentazioni inedite della massima importanza per la comprensione di aspetti sostanziali delle problematiche legate ad alcune importanti opere del genio lombardo oltre che alla sua vicenda esistenziale. 
Per quanto concerne le opere, importanti novità sono emerse dall’analisi del Suonatore di liuto del Metropolitan, del San Francesco in preghiera del Museo Ala Ponzone di Cremona, nonché della Giuditta e del San Giovanni Battista, collegati alla committenza Costa. Ma notevoli spunti hanno portato anche gli interventi relativi ai contesti in cui la vicenda umana e artistica del Merisi si svolse, prima a Milano e (forse?) Venezia, poi nella realtà romana, dove la sua prorompente personalità poté esprimersi rivoluzionando la storia dell’arte e dove ebbe luogo il fatale duello in cui, contrariamente a quanto da molti ritenuto, il Merisi non fu aggressore ma aggredito. Della massima importanza, poi, sia dal punto di vista filologico che storico-artistico, assumono le novità emerse riguardo a quegli artisti che dal genio del Merisi furono affascinati e influenzati, come Orazio Gentileschi, Giovanni Baglione e Rutilio Manetti
Da segnalare su tutto le novità presentate da Francesca Curti, che oltre ad aver reperito l'inventario comprendente dipinti a soggetto caravaggesco di Giacomo Cavalletti, pronipote del più noto Ermete, ha potuto documentare rapporti tra Mariano Valguarnera, nobile palermitano di cui erano già noti i forti rapporti di affari e amicizia con l'oratorio di San Lorenzo per cui fu dipinta la Natività di Merisi, con il mercante Alessandro Albani, come noto quest'ultimo a sua volta in rapporti con Fabio Nuti il quale aveva commissionato a Caravaggio quel quadro e di cui pure sono documentati rapporti con l'ambiente dell'oratorio palermitano. Albani inoltre saldò il dipinto, in assenza di Nuti, in casa del cardinal Del Monte.
Insomma, una iniziativa che a nostro parere segna un punto fermo e un decisivo avanzamento nello studio del fenomeno del caravaggismo, svoltasi peraltro in un clima di collaborazione, garbatezza ed amicizia non sempre usuale purtroppo in simposi del genere e di cui va dato atto agli studiosi intervenuti, cioè Francesca Curti, Marco Ciampolini, don Sandro Corradini, Michele Cuppone, Riccardo Lattuada, Enrico Lucchese, Mario Marubbi, Emilio Negro, Michele Nicolaci. Da segnalare anche l’apporto dato alla discussione dagli interventi di un pubblico particolarmente attento, dov’erano presenti numerosi studiosi ed appassionati, come Roberta Lapucci, Nicosetta Roio, Luca Bortolotti, Massimo Pirondini, Ruggiero Ruggieri, Antonio Vignali ed altri.

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"Caravaggio e i suoi": Giornate di Studi l'8 e 9 ottobre a Monte Santa Maria Tiberina



Palazzo Museo Bourbon del Monte - Monte Santa Maria Tiberina 
Caravaggio e i suoi 
Giornate di Studi - 8-9 ottobre 2016
Sala Francesco Maria Cardinal del Monte 
a cura di PAOLO NUCCI PAGLIARO e PIERLUIGI CAROFANO

SABATO 8 OTTOBRE ore 16.00 

Saluti 
LETIZIA MICHELINISindaco di Monte Santa Maria Tiberina
PAOLO NUCCI PAGLIARO, Presidente Libera Accademia di Studi Caravaggeschi Francesco Maria cardinal del Monte

ore 16.15
Presentazione del volume Una Vita per la Storia dell'Arte. Scritti in Memoria di Maurizio
Marini, a cura di Pietro di Loreto, Roma, Etgraphie ed., 2015.
presenta LUCA BORTOLOTTI

ore 17.00 
coordina PAOLO NUCCI PAGLIARO

Caravaggio: gli spartiti dei suonatori di liuto
EMILIO NEGRO, Libera Accademia di Studi di Studi Caravaggeschi Francesco Maria cardinal del Monte

Giovanni Baglione in bianco e nero. Inediti del pittore dalle fototeche pubbliche e private
MICHELE NICOLACI, Sapienza Università di Roma

«un quadro ch'io gli dipingo». Nuova luce su Caravaggio per Ottavio Costa, dalla Giuditta al San Giovanni Battista 
MICHELE CUPPONE, libero ricercatore

Francesco Sessa, Padova e Caravaggio: “… fuggitosene da Milano, giunse in Venetia..”
ENRICO LUCCHESE, Libera Università di Lingue e Comunicazione - IULM Milano

discussione

DOMENICA 9 OTTOBRE ore 9.30

coordina PIERLUIGI CAROFANO
Scuola di Specializzazione in Beni storico artistici
Università degli Studi di Siena

Presentazione del volume Il Sacrificio di Isacco del Conte di San Clemente nella questione
caravaggesca, di Renato Di Tomasi, Acireale, Roma, Bonanno ed., 2016.
presenta PIETRO DI LORETO

Novità sulla conversione caravaggesca di Rutilio Manetti
MARCO CIAMPOLINI, Accademia di Belle Arti di Carrara

Caravaggio nella Roma di fine Cinquecento: artisti, intermediari, mercanti
FRANCESCA CURTI, Università di Chieti

Opere giovanili di Orazio Gentileschi
RICCARDO LATTUADA, Seconda Università di Napoli

Il San Francesco in preghiera di Caravaggio e i suoi doppi
MARIO MARUBBI, Museo Civico Ala Ponzone, Cremona

Caravaggio aggressore o aggredito? L'enigma della rissa
don SANDRO CORRADINI

discussione


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segreteria del convegno: Sergio Consigli
info@montesantamariatiberina.org
tel. 0758571003

"Documenti e fonti sul soggiorno siciliano di Caravaggio", articolo di Alvise Spadaro



Disponibile nella biblioteca online l'articolo Documenti e fonti sul soggiorno siciliano di Caravaggio. Qualità della produzione e autorevolezza degli studiosi di Alvise Spadaro, pubblicato nel numero 56/2016 della rivista Agorà.
L'autore, tra le altre cose, fa alcune precisioni in merito alla committenza della famiglia Lazzari e in particolare sulla figura di Tommaso, che si riconferma deceduto nel 1608, nonostante qualche studio avesse avanzato dubbi in proposito. Ed è proprio alla memoria di Tommaso che sembra alludere il soggetto del quadro, diverso rispetto alla prima richiesta fatta dal fratello Giovanni Battista per una "Madonna con san Giovanni Battista e altri santi".
Inoltre l'autore, accanto alla personalissima ipotesi di un secondo periodo messinese, guarda con più attenzione a quella più recente di un inesistente soggiorno palermitano.
L'articolo è presente nella sezione Biblioteca on line di Caravaggio400.

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Un nuovo Caravaggio? Il ritratto dell’uomo che difese Beatrice Cenci

Il giurista Prospero Farinacci in un dipinto che porterebbe la firma di Michelangelo Merisi è stato presentato dalla rivista «Artibus et Historiae»



Nel febbraio 1638, nell’Inventario della collezione romana del marchese Vincenzo Giustiniani, era citato «Un Ritratto del Farinaccio Criminalista depinto in tela da testa si crede di Michelang.o da Caravaggio con cornice in noce». Se ne erano perdute le tracce. 

Sei storici dell’arte non hanno dubbi 
Ora la prestigiosa rivista internazionale «Artibus et Historiae», fondata e diretta da Józef Grabski, pubblica una ricerca su: «Il Ritratto riscoperto di Prospero Farinacci di Caravaggio». Lo firmano gli storici dell’arte Marco Cardinali, Beatrice De Ruggieri, Giorgio Leone, Wolfgang Prohaska, Matthias Alfeld e Koen Janssens. La tela, 61 centimetri per 40,5 ma tagliata ai lati, rappresenta un uomo di mezza età in un profilo di tre quarti: pressoché calvo, naso aquilino, barba grigia e baffi più scuri. Porta la toga nera dei giudici romani, ripiegata sulla spalla sinistra. Il quadro fu acquistato nei tardi anni ‘90 in Gran Bretagna. La superficie annerita, a tratti corrosa, una estesa rete di screpolature. Fu restaurato a Windsor da Thérèse Prunet Brewer e rintelato da Paul Ackroyd alla National Gallery di Londra. 

L’ipotesi sin dalle prime analisi tecniche 
L’ipotesi Caravaggio nasce fino dalle prime analisi tecniche di Nicholas Eastaugh. Ai raggi X emerge il dipinto sottostante di una donna a mezzo busto, forse la Madonna: un velo sul capo e le spalle, il petto serrato dall’attillata gamurra che era un vestito in uso nel Seicento. Nei primi anni romani Caravaggio lavorò nella bottega del siciliano Lorenzo Carli che si dedicava a «copie di devotione». Il 10 aprile 1597 fu compilato l’Inventarium omnium et singolorum bonorum del defunto Laurentiis de Caris. Caravaggio avrebbe portato con sé e riusato alcune tele. Come il ritratto della donna, dipinto nello stesso anno. In seguito è stata impiegata una tecnica di investigazione scientifica molto sofisticata, lo scanner a raggi fluorescenti MA-XRF che permette attraverso un’analisi non invasiva la mappatura di ogni singolo pigmento. Sulla superficie due leggeri strati marrone contengono ruvidi grani di piombo bianco, ocra gialla e rossa, cristalli di ferro e manganese, alluminio silicato. 

Le analogie con «San Giovanni Battista» e «Ragazzo morso dal ramarro» 
Sono forti le analogie con il «Ragazzo morso dal ramarro» della National Gallery di Londra e i «San Giovanni Battista» romani, alla Pinacoteca Capitolina e alla Galleria d’Arte antica di Palazzo Corsini. Per tecnica e luminosità il Ritratto riscoperto si apparenta a quello di Maffeo Barberini, cardinale e poi papa Urbano VIII, nella collezione Corsini di Firenze. L’occhio sinistro del giudice rivela un’anomalia, una strizzatura della palpebra e della pupilla che gli dà un aspetto enigmatico. Farinacci fu aggredito in una notte del 1582 da alcuni facinorosi e il globo oculare rimase menomato, come appare nel busto marmoreo della tomba in San Silvestro al Quirinale. «Artibus et Historiae» ospita in proposito la perizia medica di due professori di Oftalmologia di Parigi, Serge Morax e Isabelle Badelon. Giulio Mancini, storico d’arte dell’epoca, testimonia che «il nostro eminentissimo juris-consulto Prospero Farinacci, esso vivente, si fece ritraher sfrigiato e senz’un occhio». 

Il giurista senza scrupoli 
Di lui si conoscono altre due immagini: il ritratto di mano del Cavalier d’Arpino intorno al 1607, dove l’occhio sinistro è in ombra totale, e l’incisione in legno di Lorenzo Crasso del 1666 nel libro «Elogii d’huomini letterati». Farinacci (1544-1618) era famoso per l’estrema durezza delle sentenze ma anche per la mancanza di scrupoli. Fu accusato di vanità e corruzione, sospeso dall’ufficio, imprigionato per questioni d’armi. Ma protetto da Clemente VIII Aldobrandini uscì indenne nel 1595 anche da un’imputazione di pederastia, che comportava la pena di morte. Estinta ogni «infamiae maculam», fu restituito a onori e dignità. Fu anche ma senza successo l’avvocato difensore di Beatrice Cenci, accusata di parricidio e decapitata di spada l’11 settembre 1599 in piazza Castel Sant’Angelo. Era presente Caravaggio e insieme a lui Orazio Gentileschi con la figlioletta di sei anni Artemisia.

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"Caravaggio e i pittori del Nord" in mostra a Madrid, di Michele Cuppone



Caravaggio, Santa Caterina d’Alessandria, Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza, 1598-1599 ca. 
Caravaggio, San Giovanni Battista, Kansas City, The Nelson-Atkins Museum, 1604 ca.


È visitabile fino al 18 settembre Caravaggio and the Painters of the North, al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid. La mostra non ricalca il collaudato e verrebbe da dire spesso ripetitivo – e però sempre vincente a livello commerciale – format che prevede quadri di Caravaggio e caravaggeschi, ma ha il merito appunto di spostare l’attenzione dal maestro ai suoi seguaci e ammiratori nell’Europa del Nord, soprattutto olandesi, fiamminghi e francesi (e non da tutti considerati caravaggeschi in senso stretto); artisti che, in parte, prima di conoscere più direttamente in Italia la pittura tutta nuova del milanese vennero raggiunti dalla sua fama, presto propagata in quella parte del Vecchio Continente grazie al vivido profilo biografico tracciato da Karel van Mander nel suo Schilder-Boeck del 1604 (“c’è anche un Michelangelo da Caravaggio che fa a Roma cose meravigliose”, ne è l‘appassionante incipit). Tali artisti, sempre attenti alle novità, furono letteralmente scossi da quella caravaggesca, che apprezzavano per la tecnica di esecuzione dal vero e per l’anticlassicismo, tutti valori ai quali, per tradizione, si sentivano vicini. 
La curatela della mostra è di Gert Jan van der Sman, che si presenta direttamente ai più alti livelli negli studi caravaggeschi con grande professionalità e rigore filologico, oltre che dando un bell’esempio di umiltà e operosità: è raro che un curatore firmi come in questo caso gran parte delle pagine del catalogo, tra saggi d’apertura e introduttivi alle singole sezioni, e quasi la metà delle schede. 
53 i pezzi esposti, tutti pitture eccetto un sarcofago romano (la cui presenza inconsueta trova una giustificazione, a mio avviso non pienamente convincente, per la provenienza già dalla collezione Giustiniani e ora madrilena), tralasciando un bronzetto di Duquesnoy in realtà fuori catalogo. L’esposizione è scandita da sei sezioni, con la prima, Caravaggio a Roma, che sostanzialmente isola la produzione strettamente merisiana (o a lui attribuita): dieci capolavori che includono i Musici del Metropolitan, scelto come logo della manifestazione, la ‘residente’ e inamovibile Santa Caterina, il cui prestito ancorché previsto non fu poi concesso né alla mostra del Quarto Centenario alle Scuderie del Quirinale né alla successiva presso Sant’Ivo alla Sapienza, il San Francesco di Cremona, ora molto più leggibile grazie al fresco e felice restauro di Mariarita Signorini che ne ha restituito particolari quasi dimenticati (nodo del saio, chiodi del Crocifisso, foglie e tronco dell’albero, meglio riconoscibile come ulivo). Assente giustificata la concittadina Salomè, anch’essa appena restaurata, nella concomitante Da Caravaggio a Bernini presso Palacio Real (un’occasione in più per fare un salto a Madrid), mentre può far discutere l’inclusione nel corpus caravaggesco del Ragazzo che monda un frutto (recentemente identificato come limoncello), noto in molte versioni di cui qui si propone quella delle collezioni reali inglesi e che comunque è anche quella con più interessanti pentimenti. Il prestito più eccezionale, non fosse altro per la maggiore distanza della trasferta, deve forse considerarsi il San Giovanni Battista di Kansas City, qui ancora inevitabilmente collegato alla ricevuta di pagamento Costa del 1602, documento che però già in un articolo (link: http://news-art.it/news/caravaggio-quando-dipinse-la-giuditta-e-oloforne-.htm) apparso su questa rivista alla vigilia dell’inaugurazione della mostra, ponevo in relazione alla Giuditta e Oloferne (si veda pure cosa a tal proposito ha scritto ora Gianni Papi) ...

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